Scusate l’assenza

Questo marciapiede non mi piace.
Nemmeno quando lo percorrevo da piccola mi piaceva.
I motivi per cui partivo da casa e finivo su questa strada, erano per lo più due.
Per andare a scuola o per andare in chiesa.
Col tempo, ho smesso di recarmi in entrambi i posti e questa strada non mi è più servita.
Ma questo marciapiede ancora non mi piace.
Alcune strade invece mi piacciono tanto. Per esempio, c’è una strada che porta dal mio paesino al centro, saranno sí e no dieci minuti di macchina.
A piedi è molto di più. Lo so per certo, perché spesso mi è capitato di dover pensare o smettere di pensare.
E allora prendevo e camminavo.
Una volta ho camminato per due ore senza fermarmi e sono quasi sicura che ad un certo punto avevo smesso di scegliere che traversa prendere e quali striscie attraversare.
Ho avuto la sensazione che quella volta, fosse un tentativo di colpo di stato da parte dei piedi.
Un’altra volta ricordo che provai a perdermi nelle viuzze di un villaggio vicino al mare.
Mi ero detta “Cammina a caso, non pensarci troppo, vediamo poi che fai.”
Non fu molto divertente, perché proprio non riuscivo a perdermi. Riconoscevo sempre qualcosa che mi riconduceva su una delle strade principali.
Un albero, un sasso più grande, il tetto di una casa, un vecchietto su una panchina.
Era tutto lì per impedirmi di perdermi.
Al telegiornale avevo sentito di una signora che camminando camminando sul bagnasciuga, si era ritrovata in un posto che non conosceva. Aveva perso completamente l’orientamento e il giorno seguente la polizia l’aveva ritrovata semincosciente. Così la signora venne scortata a casa, per sua fortuna. O per sua sfortuna, chi lo sa.
Ovviamente ci provai anche io a camminare e camminare sul bagnasciuga.
Camminavo, di tanto in tanto alzavo lo sguardo da terra e scrutavo le facce sotto gli ombrelloni, per capire se sospettavano che mi sarei persa.
Poi guardavo il mare e poi di nuovo i miei piedi frettolosi.
L’unica cosa che ottenni è che mi stancai tantissimo e finí per pensare che fosse impossibile perdersi in quel modo. Sarebbe bastato voltarsi in qualsiasi momento è seguire la schiuma che il mare offriva, in veste di un’azzurrissima Arianna.
Anche al supermercato avevo provato a fare lo stesso gioco.
Mi staccavo dal carrello di papà e dopo aver detto “torno subito” iniziavo a percorrere le corsie a sentimento.
Mi perdevo nelle scritte dei vari scaffali.
Senza zucchero. Da conservarsi preferibilmente il. Tenere fuori dalla portata dei bambini. Tre per due. Massimo quattro porzioni.
Era l’unica cosa in cui riuscivo a perdermi, perché alla fine il mio carrello lo ritrovavo sempre o lui trovava me.
Non sono mai riuscita a sentire il fatidico sperato annuncio “Attenzione, la bambina X è pregata di recarsi alla cassa.”
Ma come facevano gli altri a smarrirsi?
La cosa strana è che la paura di perdersi è andata direttamente crescendo con gli anni, ma nello stesso tempo è diventato sempre più facile farlo.
Questo marciapiede ancora non mi piace.
E comunque che bella parola “bagnasciuga”, spiega esattamente quello che fa. Quello che è.
Dovrebbe essere tutto un po’ così.

-MaríeFfe-

ps Ultimamente aggiorno molto di più la pagina Fb, per chi volesse ritrovarmi, sono qui:

https://www.facebook.com/ilQuadernetto/

Annunci

IN MEMORIA

Marisa è arrivata in ambulatorio accompagnata dalla figlia.

È arrivata a passi lenti e tremolanti appoggiata al suo bastone, ma camminando da sola.

Marisa ha degli occhi azzurri azzurri e grandi.

Ho provato mentalmente a eliminare l’abbraccio di rughe intorno alle palpebre e allora ho pensato che da giovane doveva essere stata una gran bella ragazza.

Ha lo sguardo un po’ perso Marisa, intenta a sedersi sulla sedia di fronte al tavolo, e mentre il dottore rivolge domande di routine a sua figlia, lei non presta attenzione a tutte quelle parole nella stanza, piuttosto sorride e si guarda intorno.

Faccio accomodare la figlia fuori dallo studio per iniziare l’esame vero e proprio.

Il dottore, con tono gentile, parte con le domande.

<Signora Marisa, ripeta queste tre parole: casa-cane-penna>
<Casa,cane… penna>
<Bravissima. Sa che giorno è oggi?”
Silenzio.
<Ok, non precisissimo. Che mese?>
<Maggio.>
<Quasi. Siamo a Giugno. E che anno è?>
<No no. Non saprei. Deve chiedere a mia figlia. Io non le controllo mai certe cose.>
Il dottore intanto scrive. 

<Va bene. 

In che città ci troviamo, lo sa?>
Silenzio. Marisa si rigira le mani nelle mani, ma non è imbarazzata. Semplicemente non lo sa.

<Sa dirmi che struttura è questa in cui ci troviamo?>

Marisa guarda fuori dalla finestra, poi verso la porta. Forse cerca un aiuto, un ricordo, un appiglio che alla fine trova e farfuglia confusamente <Ospedale>

<Va bene, brava. Mi dica, si ricorda qualcuna delle tre parole che le ho detto prima?>

Marisa accenna ad aprire la bocca, gonfia il petto, sospende la partenza di un suono…
La guardo, mi sforzo di sorridere “Dai, Marisa, dille. Ti prego, dille, te le ricordi. Dille” 

Niente. Chiude la bocca e si arrende.

Abbassa gli occhi e scuote la testa in un “no” stanco.
Poi il dottore chiede a Marisa di scrivere una frase, una qualunque.

Lei impugna la penna con delicatezza, e piano piano, molto concentrata, scrive 

“Da giovane scrivevo tante poesie, tantissime.”
Mi ha uccisa Marisa.

Ho guardato i suoi occhi azzurri, coperti da un’ ingenuità necessaria. Un’ ingenuità che ho ringraziato e odiato insieme.

La visita è proseguita con altri esercizi e accertamenti.

Alla fine, l’ho accompagnata fuori, facendola appoggiare al mio braccio e prima di restituirla alla guida della figlia, le ho detto:  <Sa, anche io scrivo poesie. Lei cosa scriveva di preciso, poesie d’amore?>

E lei, per un attimo infervorita, mi ha risposto:<No! Ma che d’amore! Scrivevo poesie per la mia città, questa città bellissima e immersa nel verde. Sono sempre stata un po’ selvaggia e quando c’erano boschi e giardini io ero felice.>

Mi sorride e per uno sguardo breve ci vedo un guizzo, vivissimo e giovane, nei suoi occhi.

<Tante buone cose dottoressa.>

<Anche a lei, signora Marisa.> Così l’ho salutata e l’ho guardata allontanarsi  fino alle porte d’uscita.

Dedico questa storia a Marisa (nome di fantasia) ma soprattutto, dedico questa storia a mia zia, che oggi ho pensato immensamente. A mia zia, che se n’è andata non ricordandosi i volti delle persone che amava di piu.

A mia zia, che invece noi, ricordiamo benissimo.
-MaríeFfe-

Pagina Facebook:  https://www.facebook.com/ilQuadernetto/

(Disegno di Clara Lieu)

DA QUAND’È CHE SONO UN’ADULTA? (FORSE)

Questa settimana ho avuto talmente tante cose da fare, cosí tanti impegni che non mi è avanzato neanche un secondo per pensare.
Davvero, neanche un secondo.
Devo ancora capire se questa cosa mi piaccia o no.
Per ora mi sento un treno, quindi di tempo per decidere che sensazioni provare non ne ho.
Peró, per me che non riesco mai a fermare la testa e che tendo facilmente alla paranoia e alla costruzione di labirinti mentali, potrebbe essere una riabilitazione valida.
Della serie chiodo scaccia chiodo, dove il secondo chiodo consiste in tutte le cose che ho da fare.
Il primo nemmeno ve lo spiego, perchè è una cassetta degli attrezzi, mica solo un chiodino.
La vita da reparto mi sta parecchio assorbendo e un teorico fine turno alle 14, poi finisce sempre per essere un’uscita alle 16 o addirittura alle 22.
E sarà frivolo e infantile, ma il paziente che mi chiama “dottoressa” e mi sorride, mi fa ancora venire i brividi in pancia.
Mi conferma che stare lí mi piace e che l’ho scelto, non ci son capitata.
Orientarsi con le cartelle, tra i corridoi, per i vari piani dell’ospedale.
Capirci man mano qualcosina in piú, anche se all’inizio un dottore ti ignora o se l’impressione è quella di essere un po’ ingombranti, ancora troppo inutili.
Mandar giú un decesso… non ci si abitua mai.
Non mi abituo mai.
Anche se il paziente ha ottant’anni, che sí, ha vissuto abbastanza, ma forse non cosí abbastanza.
Forse ha una nipotina che non godrà della presenza del nonno al prossimo compleanno, forse aveva in programma il viaggio rimandato da una vita, dopo mille sacrifici.
Credo sempre che non saró mai abbastanza brava per affrontare questo.
Mai giustamente “fredda”.

Poi si torna a casa, stanchi ma pieni.
Il vivere da sola mette a dura prova la mia sopravvivenza ogni giorno, io che sono da sempre abituata al papà che tutte le mattine mi prepara il caffè e alla mamma che alla sera mi accarezza la testa e mi chiede “Com’ è andata?”
Quindi ricordarsi di buttare la spazzatura, di fare la spesa, di preparare il pranzo per il giorno dopo.
Ma come si fa la lavatrice?
Questa settimana lo scopro!
Faró il mio primo bucato in autonomia.
Già tremo, peró è giunta l’ora.
E quindi università, ospedale, lezioni, casa, studio.
E poi si ricomincia.
Se ci si incastra una birra o un cinese d’asporto con gli amici, sembra tutto meno pesante e piú possibile.
Sembra un gioco di squadra, anche se poi ognuno ha il proprio zainetto da portare da solo.
Non ci si ferma, ma mi sento viva.
Mi sento fortunata di poter fare tutto questo, di poter aggiungere tasselli, di poter scolpire la mia strada di giorno in giorno.
E percepisco che un po’ sto crescendo, anche se di pochissimo alla volta, anche se a tratti mi sentiró sempre piccola, sempre bisognosa di sentirmi dire quel “Sta andando bene, stai facendo bene.”
Anche se ho deciso che non stireró niente, tanto cosa vuoi che sia qualche pieghetta sparsa qua e là.
Anche se stasera mi apro una mozzarella perchè non ho voglia di cucinare neanche un uovo.
Anche se un po’ il papà che mi prepara il caffè mi manca, e credo in fondo, mi mancherà sempre.

-MaríeFfe-

FACEBOOK: https://www.facebook.com/MarieFfeQ/

RIFLESSIONI SERALI

Ultimamente mi capita di studiare fino a tardi, parecchio tardi.
Finisco, chiudo i libri e fuori dalla mia stanza è buio.
Prima di dormire, quello che faccio è andare in balcone e accovacciarmi in un angolino vicino alla ringhiera.
Se mi va, accendo una sigaretta e la lascio respirare all’aria prima di condannarla a morte, ricambiandole un po’ il favore.
Non sto molto, ma per qualche minuto, prima di finire il giorno ho bisogno di bloccarlo lì.
Ed è strano, perché sembra diverso.
Non ci sono più i bambini del vicino che strillano e il tagliaerba ha smesso finalmente di rombare.
Nessun muratore, nessuna televisione troppo alta, nessun genitore che rimprovera il figlio.
Perfino le macchine dormono.
Niente.
Mi guardo un po’ intorno per scorgere qualche tapparella ancora alzata, o del chiarore filtrato dalle persiane dei palazzi di fronte .
Niente.
Sono da sola con il silenzio.
Non accendo neanche la luce, guardo solo se c’è qualche stella e se si vede la luna.
Questo silenzio mi tranquillizza.
Anzi, mi rassicura.
Per un attimo non conta più niente.
Non ha importanza se passerò l’esame oppure no,
non importa se non sono ancora riuscita a chiamare quell’amica,
non importa se non rispetterò le scadenze e se qualche problema è da risolvere.
Non importa se non riuscirò a dire fino in fondo quello che penso o a chi voglio dirlo.
Domani, a quest’ora, oggi sarà finito
e questo silenzio, incorniciato di notte, sarà ancora qua.

Ed io sarò ancora qua, con qualche pensiero in meno e qualche pensiero in più.

82192