PAROLE SPONTANEE

Quando io e mia sorella andiamo a fare shopping, la differenza è palese.
Io provo tutte le scarpe del negozio e man mano elimino quelle che non mi piacciono. Di solito ne rimangono cinque/sei paia che proverò e riproveró fino allo sfinimento, fino a decretare le vincitrici, più per voglia di tornare a casa che per reale convinzione.
Mia sorella, entra, fa un giro di perlustrazione, sceglie due paia di scarpe, le prova una volta e compra quelle che le piacciono di piú.
Tempo medio: 10 minuti (ed è pure tanto.)
Questa non è solo una sessione di shopping, questa è una sessione di vita.
Credo che mia sorella sia la mia vera anima gemella, nel senso piú puro e autentico dell’espressione.
Il mondo senza di lei, non sarebbe mondo, perchè mancherebbe il punto di vista piú spontaneo di cui io disponga.
Quello più necessario e disinteressato.
Quello più buono.

Mia sorella l’ultima volta che prima di uscire le ho chiesto se stessi meglio con i capelli sciolti o raccolti, mi ha detto stizzita: “Ma ora che vivi da sola, come diavolo fai a scegliere come uscire di casa?! Possibile che tu non sappia decidere niente?! Tu come ti piaci?!”
Non mi ha risposto alla fine.
Sono uscita con i capelli legati e li ho sciolti durante la serata.
Cosí, un po’ e un po’.
Mi ricordo che sul momento ci sono rimasta male, anche se ho fatto finta di niente.
Poi riflettendoci ho capito che, quel mostriciattolo, aveva tentato solo di sbloccarmi da questa mia continua ricerca di approvazione, sempre e comunque.
Questa mia poca fiducia in me e nella capacità che ho di fare scelte.
Questa paura di prendere una posizione definitiva.

Mi ricordo anche di quella volta in cui ero piuttosto giù per una frequentazione finita male.
Non riuscivo proprio a considerare l’ipotesi che forse la colpa potesse non essere mia.
Mi sentivo sbagliata.
Giravo per casa, cercando di evitare lo sguardo di tutti, sfuggendo le conversazioni con chiunque, solo mi crogiolavo nella mia inadeguatezza.
Facevo fatica ad accettare il fatto che avevo sbagliato ancora, ripercorrevo mentalmente quello che avevo fatto e detto, alla ricerca di una motivazione per punirmi, di un pretesto per accusarmi di essere strana.
Troppo strana per far funzionare le cose con qualcuno.
Questo è durato diversi giorni.
Finché ad un certo punto, una Domenica, dopo pranzo, sono rimasta in cucina da sola con mia sorella e lei è scoppiata a piangere.
Me lo ricordo bene.
“Non riesco piú a vederti cosí. Sei triste. Non ti meriti questo.”
È stato forte.
Ho pianto anche io e alla fine mi sono sbloccata.
Non so come, ma è passato.
Mi sono vista come mi vedeva lei in quel momento e sono riuscita a dirmi a cuore aperto “Non è colpa tua.”

Non è stata l’unica volta.
Mia sorella mi sblocca sempre.
Mi scuote sempre.
Mi ama sempre, lo sento ed è rassicurante.
Spesso lo fa non essendo d’accordo con me, che credo sia la prova decisiva.
Non mi sono mai sentita giudicata da lei. Mai.
E quello che vorrei sapesse da me, è che io non l’ho mai giudicata.
Mai.
Non ho mai pensato che le sue sconfitte fossero peggiori delle mie o più banali, o più meritate o meno importanti.
Una sconfitta è una sconfitta e ho sempre solo sperato che ci potessimo sostenere a vicenda, per uscirne più illese possibile, entrambe.
È quello che spero per noi, per il futuro.
L’ ammiro per la forza che dimostra in tante situazioni. Perchè è tosta, è decisa, originale e creativa.
Ha una sensibilità rara, ma non è sentimentale come lo sono io, e questo mi aiuta a scendere dal mio mondo fatto di nuvolette rosa e ad avere una visione più razionale.
Lei è pratica.
Mi piace come si veste.
Mi capita di guardarla mentre si prepara per uscire -a volte canticchia tra sé e sé- e ci intravedo qualcosa di mio nel suo stile, ma con un’ impronta distintiva, quella che è venuta dopo il “copio la sorella maggiore.”
Quella che l’ha fatta sbocciare cosí straordinaria, tanto che a volte mi chiedo com’è che sia diventata donna d’improvviso, che io me la ricordo piccola, fragile e riccioluta, davanti alla finestra a giocare con le bambole, facendo le voci diverse.
Invece ora è bella ed è grande.
È nella mia vita e non so cosa io abbia fatto per meritarmela, ma ringrazio tutti i giorni per questo.
Vorrei essere un esempio, anche se poi spesso finisce che prenda io spunto da lei, per come affronta la vita e l’amore.

Peró lo noto.
Lo noto che mi fa un sacco di domande, anche se a volte non lo sa nemmeno.
Anche se non lo ammette.
I suoi occhi sí, peró.
Gli unici a far trapelare di tanto in tanto, la bimba spaurita e riccioluta.
E io spero, almeno ogni tanto, anche senza accorgermene, anche solo per sbaglio… di dare le risposte giuste a quella bambina.

Ovviamente,
a mia sorella.

-MaríeFfe-

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(Immagine di Geffen Rafaeli)

IN MEMORIA

Marisa è arrivata in ambulatorio accompagnata dalla figlia.

È arrivata a passi lenti e tremolanti appoggiata al suo bastone, ma camminando da sola.

Marisa ha degli occhi azzurri azzurri e grandi.

Ho provato mentalmente a eliminare l’abbraccio di rughe intorno alle palpebre e allora ho pensato che da giovane doveva essere stata una gran bella ragazza.

Ha lo sguardo un po’ perso Marisa, intenta a sedersi sulla sedia di fronte al tavolo, e mentre il dottore rivolge domande di routine a sua figlia, lei non presta attenzione a tutte quelle parole nella stanza, piuttosto sorride e si guarda intorno.

Faccio accomodare la figlia fuori dallo studio per iniziare l’esame vero e proprio.

Il dottore, con tono gentile, parte con le domande.

<Signora Marisa, ripeta queste tre parole: casa-cane-penna>
<Casa,cane… penna>
<Bravissima. Sa che giorno è oggi?”
Silenzio.
<Ok, non precisissimo. Che mese?>
<Maggio.>
<Quasi. Siamo a Giugno. E che anno è?>
<No no. Non saprei. Deve chiedere a mia figlia. Io non le controllo mai certe cose.>
Il dottore intanto scrive. 

<Va bene. 

In che città ci troviamo, lo sa?>
Silenzio. Marisa si rigira le mani nelle mani, ma non è imbarazzata. Semplicemente non lo sa.

<Sa dirmi che struttura è questa in cui ci troviamo?>

Marisa guarda fuori dalla finestra, poi verso la porta. Forse cerca un aiuto, un ricordo, un appiglio che alla fine trova e farfuglia confusamente <Ospedale>

<Va bene, brava. Mi dica, si ricorda qualcuna delle tre parole che le ho detto prima?>

Marisa accenna ad aprire la bocca, gonfia il petto, sospende la partenza di un suono…
La guardo, mi sforzo di sorridere “Dai, Marisa, dille. Ti prego, dille, te le ricordi. Dille” 

Niente. Chiude la bocca e si arrende.

Abbassa gli occhi e scuote la testa in un “no” stanco.
Poi il dottore chiede a Marisa di scrivere una frase, una qualunque.

Lei impugna la penna con delicatezza, e piano piano, molto concentrata, scrive 

“Da giovane scrivevo tante poesie, tantissime.”
Mi ha uccisa Marisa.

Ho guardato i suoi occhi azzurri, coperti da un’ ingenuità necessaria. Un’ ingenuità che ho ringraziato e odiato insieme.

La visita è proseguita con altri esercizi e accertamenti.

Alla fine, l’ho accompagnata fuori, facendola appoggiare al mio braccio e prima di restituirla alla guida della figlia, le ho detto:  <Sa, anche io scrivo poesie. Lei cosa scriveva di preciso, poesie d’amore?>

E lei, per un attimo infervorita, mi ha risposto:<No! Ma che d’amore! Scrivevo poesie per la mia città, questa città bellissima e immersa nel verde. Sono sempre stata un po’ selvaggia e quando c’erano boschi e giardini io ero felice.>

Mi sorride e per uno sguardo breve ci vedo un guizzo, vivissimo e giovane, nei suoi occhi.

<Tante buone cose dottoressa.>

<Anche a lei, signora Marisa.> Così l’ho salutata e l’ho guardata allontanarsi  fino alle porte d’uscita.

Dedico questa storia a Marisa (nome di fantasia) ma soprattutto, dedico questa storia a mia zia, che oggi ho pensato immensamente. A mia zia, che se n’è andata non ricordandosi i volti delle persone che amava di piu.

A mia zia, che invece noi, ricordiamo benissimo.
-MaríeFfe-

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(Disegno di Clara Lieu)

TANA LIBERA TUTTI

Un giorno verrò a cercarti
e scopriremo
di aver
solo
giocato
a nascondino,
tutto questo tempo.
Senza saperlo.
Contando male,
perdendo di vista la tana.
Un giorno.
Dopo ore, o mesi,
di insensate corse.
Anni pieni di danni,
mani lanciate distrattamente altrove,
come panni
inutili e sporchi.
Un giorno,
dopo averti scovato davvero,
ti chiederó, senza balbettare,
con lo sguardo alto,
“Quanti sogni hai?”
e tu, con frettolosi gesti,
indicherai un cassetto
grande cosí,
un po’ scassato
(per quanto tanto pesa).

Ci sbirceró dentro, quel giorno,
senza farmi vedere,
celando la curiosità
fra il palmo della mia mano
e i tuoi occhi,
travestita
da ingenua carezza.

Cosí, sbirceró.

E allora,
tra una torta al limone gigante,
un viaggio in Perú e un leone
da compagnia…
ci troveró,
addormentato
su una vecchia foto,
-a stiracchiarsi
tra le tue guance-
il mio sorriso.

“Quanti sogni mancano, ancora?”

-MaríeFfe-

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LA PRIMA, VERA CADUTA

E se io
fossi stata
il bacio da
indossare
quando dentro
piove?
Quello che non vuoi
mettere
subito
perchè sei
in maniche corte
e il sole sul corpo,
anche se mosso
da ingannevole Autunno,
ti piace.

Mi respingi.

Perchè un po’
forse,
sul collo
pizzico.
Dimmi,
lo senti giá il vento
che ti screpola le guance?

Se fossi stata lí,
piú tenera
piú morbida…
Perchè non son così?

Son di pelle
invece,
quasi sempre dura.
È la mia natura,
che sfiorisce, se ti penso
con un’altra addosso,
come
quel cappotto
-da Fonzie-
che portavi
al pub,
con la mia anima tra le dita
e una sigaretta
dietro l’orecchio.

E c’ero prima io.
C’ero prima io
sotto quella giacca,
sotto quella pelle.
Che se ci provo
a immaginarla
ora,
smarrito il senso delle stagioni,
credo sia stata l’unica
a coprirmi
veramente
dal freddo,
dall’Inverno,
dal resto.

Dall’ apatia,
che
sotto ossimoriche vesti estive,
svogliatissima
tormenta,
bacia i miei sensi
e mi addormenta.

-MaríeFfe-

(Alberi in fiore, Piet Mondrian, 1912)

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IL CONTRATTO

Una volta, quando ero piú piccola, ma in realtà non poi cosí piccola, avevo un fidanzato.
Non è stato l’unico.
Poi ne ho avuti altri, ma lui per un po’ è stato davvero speciale.
Non sono mai stata il tipo che si espone per prima, anzi che si espone in generale, diciamo pure che sono la classica persona che non ci sa fare.
Io sto sulle mie, al massimo se tu ti sbilanci posso farti capire che mi fa piacere il fatto che tu ti sia sbilanciato. Ma forse.
Perchè col tempo mi è venuto il sospetto che io i segnali proprio non li sappia mandare o che, anche quelli che penso di aver lanciato, in realtà rimangano nella mia testa.
Comunque tornando alla storia del fidanzato… con lui non avevo avuto bisogno di particolari segnali, perchè si puó dire che fece tutto lui, o almeno la gran parte.
Ci eravamo conosciuti tramite amici comuni, un classico.
Lui non mi piaceva.
All’inizio dico, prima che fossimo fidanzati.
Cioè forse l’insieme era okey, ma se poi lo scomponevo in tante piccole cose, no.
Proprio non mi piaceva.
E piú lui si esponeva (perchè si esponeva), piú io lo ignoravo.
Peró lui continuava.
Era estremamente carino con me, mi faceva sentire importante, mi faceva ridere, ma ridere un sacco.
E ridere è una delle cose che mi piace di piú al mondo, quindi giocó bene le sue carte.
Fu molto bravo a inserirsi poco a poco nei miei pensieri, in modo spontaneo ma estremamente tenace.
E quindi è successo che ho iniziato a guardarlo da angolazioni un po’ diverse.
Non vi sto a spiegare tutte le piccole cose che intercorsero nel lasso di tempo tra l’ “assolutamente no” e il “non mi sembra vero di averlo trovato…” fatto sta che, per sfinimento o strategia, alla fine diventó il mio ragazzo.
C’ è un luogo nella mia città che mi ricorda i nostri incontri, e si sa che quando un posto prende il nome di una persona, continuerà a chiamarsi cosí per sempre, nonostante quella persona non rappresenti piú niente.
Erano tenere le nostre uscite e man mano si era creata una confidenza tale che potevamo passare le ore a parlare di tutto e del niente, con un cartone di pizza sulle gambe e due bottiglie di birra alla mano.
“Che animale vorresti essere?”
“Qual è il tuo colore preferito?”
“Se potessimo partire ora dove vorresti andare?”
“Mare o montagna ?”
Insomma, lo sapete tutti com’è quando sei spinto dalla curiosità assurda di voler conoscere l’anima di un’ altra persona, fai domande che nell’ istante dopo in cui le hai poste pensi “ma che cavolo ho appena chiesto?!”
Proprio della serie – parlami ancora ti prego, di’ quello che vuoi, ma parlami.
Ricordo che una volta, sempre nel nostro posto, compilammo un contratto vero e proprio, con delle regole concordate tra noi.
Ci discutemmo un sacco per far sì che tutto risultasse perfetto per entrambi.
Non c’ erano obblighi o restrizioni.
Si trattava piuttosto di cose a nostro parere imprescindibili per mantenere soddisfacente e duraturo quel legame.
Come la fiducia reciproca, non offendersi alle battute dell’altro, o poter vedere i propri amici in libertà… insomma cose cosí, che per quanto ripensandoci ora mi venga da sorridere, in realtà sono tutti punti che trovo ancora molto validi e indispensabili.
Inutile dire che il contratto non bastó.
Passó del tempo, parecchio, bellissimo.
Davvero, si puó dire che per molti aspetti sia stata una relazione quasi perfetta, un piccolo idillio inaspettato.
Avevamo trovato un equilibrio calibrato su entrambi e non smettavamo di desiderarci.
In effetti forse è stata, se non la piú equilibrata delle mie relazioni, una delle piú equilibrate.
Nonostante questo, io non arrivai mai ad amarlo, almeno non con il significato che do ora all’amore (che non è detto rimanga lo stesso in futuro.)
Non so se ci sarei mai arrivata, magari sí, ma quel che è certo è che non ci arrivai mentre stavamo insieme.
E credo neanche lui, perchè ad un certo punto finí.
Non finí male.
Non finí bene.
Non ci furono scenate, lettere, spiegazioni di nessun tipo.
Solo finí.
Sfumó tutto nel niente, senza che nessuno dei due provasse a ravvivare quel fuocherello.
Senza chiederci troppi perchè.
Questa persona l’ho rivista qualche tempo fa, allegra e sprizzante come suo solito.
Mi ha fatto piacere vederla e sapere che sta bene.
Era in compagnia di una ragazza e sembravano felici insieme.
In modo diverso da come lo eravamo noi.
Non di piú, non di meno.
Diverso.
Allora ho capito.
Ho capito, perchè non io.
Perchè non potevo essere io.
Non ho ancora capito da parte mia perchè non lui, ma so che non lui.
Per ora, lo so e basta.
Un attimo dopo esserci salutati, ho sperato di poterlo rincontrare​ un giorno, magari insieme alla stessa ragazza.
E ho anche desiderato di poter, sempre quel giorno, stringere la mano di qualcuno che gli faccia pensare “Ora capisco perchè non io”.

Vi ho raccontato questa storia perchè, stamattina, stavo cercando una vecchia poesia, di un autore famoso, che ricordavo di aver conservato in uno dei miei vecchi diari e… tra le pagine di un quaderno fucsia, piegata in quattro, ho trovato la mia copia di contratto.
L’ho ripercorso con gli occhi, in un deja-vu di due ragazzini che credono di aver trovato l’amore, o qualcosa che ci somiglia.
Mi sono emozionata un po’.
Poi l’ho ripiegato velocemente, per non dar modo al passato di bussare troppo forte, e l’ho riposto tra le stesse pagine in cui l’avevo trovato.

La poesia che cercavo, invece, non sono riuscita a scovarla.
Peccato, era bella.
Avevo voglia di rileggerla.
È una poesia che parla d’amore, di invecchiare insieme e di essere felici.

-MaríeFfe-

VIAGGI IN COMPAGNIA

​L’altro giorno stavo tornando dall’universitá in treno.

Sí, praticamente se sommassi tutto il tempo che passo in treno avrei una vita parallela.

Comunque erano le 19.30 ed era giá buio pesto.

Ero tranquilla, ascoltavo la musica e mi facevo i miei mentali voli pindarici. 

Tutto nella norma quindi.

Se non chè, ad un certo punto, arriva un ragazzo che avrá avuto piú o meno la mia etá, forse qualche anno in piú.

Vi do due informazioni giusto per inquadrare il soggetto: cavallo dei jeans sotto le ginocchia, scarpe larghe, cappellino da rapper e camminata da bullo a gambe larghe.

Okey, per ora è sufficiente.

Nella carrozza non c’era nessuno oltre a me, e il tizio si siede  nei quattro sedili di fianco al mio.

Intendo proprio su tutti e quattro, dal momento che si sdraia comodamente come fosse in spiaggia.

Giá mi stava urtando.

Inizio ad insultarmi da sola per non aver avuto l’accortezza di scegliere una carrozza piú affollata, anche perchè immagino giá come finirá, ho un settimo senso per ste cose.

“Sono un’idiota, sono un’idiota. Alzati e cambia posto! No ora non farlo, ormai stai qui e ignoralo!”

Nemmeno il tempo di finire di “parlare da sola” e il tizio mi chiama (taaaac, lo sapevo!): “ehiii!”

Faccio finta di non sentire per via della musica.

Niente non funziona, lui ci riprova questa volta sbracciandosi.

Non posso piú ignorarlo, ahimè tolgo scocciata una cuffietta , una sola:

” Ciao, che c’è?”

“Ciao, no senti… non è che avresti un biglietto usato? Cosí se passa il controllore almeno gli faccio vedere qualcosa, non vorrei prendere la multa”

Noto che ha davvero un bel viso e che gli mancano almeno quattro denti superiori. È un peccato.

Forse sbagliandomi ma, sommato al modo di parlare e al complesso, ho pensato che avesse qualche problemuccio di droga. 

 In ogni caso rispondo:

“No guarda, mi dispiace ho solo il mio” e faccio per rimettermi l’auricolare… 

Ma lui continua:

“Sai, di solito ho un abbonamento falso, li fa un mio amico, sembrano veri, davvero.  Ma ora l’ho dimenticato a casa. Fa anche le patenti questo mio amico, a soli 100 euro! ”

Capito?! Cercava di giustificare la sua illegalità con dell’altra illegalitá piú grande! Un fenomeno!

Mi stavo innervosendo ancora di piú. 

Per la cronaca, io sono quella che non sale sul pullman nemmeno per una fermata senza biglietto e che non attraversa la strada se il semaforo è rosso. Mai.

Non so perchè mi raccontasse queste cose, mi sono anche chiesta se per caso avessi una faccia poco raccomandabile. Ho sbirciato il mio riflesso sul finestrino, ma niente…la mia solita faccia da cucciolo smarrito, molto stanca e sbattuta.

Mi ri-infilo con prepotenza la cuffietta nell’orecchio, decisa a godermi i fatti miei.

Dopo poco sento che mi richiama piú forte e decido di prestargli attenzione una volta per tutte: 

“Scusa, lo sai che devo andare a mangiare dalla mia ragazza con i suoi genitori? Che palle. ”

“Ah davvero? E da quanto state insieme…?”
Va be non vi annoieró con i dettagli di tutta la conversazione, fatto sta (non lui, cioè anche probabilmente) che gli sono stata un po’dietro, si lamentava del lavoro, della cena imminente con i “suoceri” e altre cose di cui non mi importava granchè, ma come sempre la gente che non conosco mi scambia per un centro couselling.

Poi mi ha chiesto il cellulare per fare una chiamata e con molta sinceritá gli ho spiegato che non me la sentivo di mollare il mio telefono nelle mani di uno sconosciuto  (implicato in un traffico di patenti false-dietro le righe).

Si è rabbuiato e mi ha detto  “io sono una brava persona”, poi ha preso e mi fa:”mi sa che ho perso la fermata, devo andare”. 

Si alza e si incammina, ma non prima di provare a scroccarmi un’ultima cosa “Mi daresti una sigaretta?”

“Non le ho con me, mi dispiace, ciao.”

Scende dal treno! Seeeee!
Solo che mentre esultavo per essermi finalmente liberata di lui, mi ha assalita una malinconia strana.

Mi ha fatto tenerezza, in un certo senso.

Perchè un bel ragazzo della mia etá deve finire cosí? 

Dove sono i genitori di questo individuo e che fanno? 

Non si sono accorti che il figlio forse forse non ha preso un bella strada?

E poi ho pensato che magari sono stata un po’stronza e che potevo fare qualcosa in piú per lui.

Ho pensato che l’essere stata fortunata ed avere dei genitori che mi incoraggiano e mi stanno vicino, l’avere come problema piú grande il non passare un esame, l’avere un senso civico e di legalitá… non sono cose cosí scontate.
Ho pensato a mio padre che quando da piccola uscivo di casa, mi rimbambiva il cervello a suon di 

” Mi raccomando fai il biglietto e timbralo. Se torni a casa con la multa non entri eh.”

E all’improvviso queste parole, che prima erano delle rotture, avevano un non so che di dolce.

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COMUNICAZIONE DI SERVIZIO

Mi scuso per la noiositá di questo post, volevo informare chi mi legge che questo blog in realtá è un’appendice di una pagina giá esistente su Facebook e avente lo stesso nome (Il Quadernetto).

Lí pubblico piú frequentemente e un po’ di tutto, qui tendo a fare una selezione piú curata degli articoli.

Mi farebbe piacere ritrovarvi di lá se vi andrá di curiosare.

Avete anche voi una pagina su Fb? Passo a trovarvi volentieri! Lascio il link della mia per ora:

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Ora potete tranquillamente sbadigliare! 

Un abbraccio virtuale !

CE N’È UNO PER TUTTE

Per la rubrica, “e scrivila qualcosa di meno pesante ogni tanto”, oggi voglio trattare un argomento piú leggero e meno poetico del solito.
Vi presento la mia personale lista de “i ragazzi che ci provano”, ossia gli esemplari che ci hanno provato/ci provano/ci proveranno con noi fanciulle fortunate nel corso della vita.
Ogni riferimento a fatti e persone è puramente casuale (se…)

Ma iniziamo.

1) IL CAVALIERE
Partiamo da qualcosa di buono, perchè altrimenti inizio col deprimere le folle femminili.
Fortunatamente esiste.
Passa a prenderti sotto casa, ti apre la portiera, sposta la sedia per farti sedere (non cadere, sedere!).
Questo aghetto nel pagliaio, sicuramente frutto di una buona educazione genitoriale, riesce a riservarti tutte quelle piccole carinerie che noi donne non chiediamo apertamente ma ci farebbe tanto piacere ricevere.
Forse incosciamente ci ricorda un po’ Milord di Sailor Moon, cosí galante e protettivo, aaaah…
A prescindere da come andrá la storia tra voi, aiuta a recuperare la fiducia persa nel genere maschile.

2) QUELLO FIDANZATO
Iniziamo con le sbandate.
Qui è doverosa una precisazione, perchè ne esistono due sottotipi.
A- Quello che apertamente dice che della propria ragazza non gliene frega un tubo e quindi butta la rete a destra e a manca.
(Apprezzabile per lo meno la sinceritá.)
B- Quello che “sono innamoratissimo della mia ragazza, abbiamo un rapporto speciale, aperto e ci fidiamo l’uno dell’altro” peró, nel mentre, non sa piú con che essere vivente sul pianeta fare il viscido, salvo poi dire “hai frainteso, io amo la mia ragazza”.
Bene, da entrambi non ci ricaverete niente perchè nel primo caso, il pischello tornerá a caccia, non appena avrá ottenuto da voi quello che cercava. Nel secondo caso siete solo un diversivo dalla “monotona e lunghissima storia ” che sta vivendo con l’amore della sua vita.
Per questo motivo, oltre che per la cosidetta solidarietá femminile, vi suggerisco la mia regola infrangibile: i ragazzi fidanzati non si guardano!

3)L’INSICURO
Fa una cosa e cerca conferma, ne fa un’altra e ti chiede se cosí va bene.
Dove andiamo?
Non si pronuncia.
Cosa facciamo?
“Decidi tu, per me va bene tutto”.
Non so, vuoi anche che ordino per te cosa devi mangiare?
Ma ogni tanto, una roba tipo che per una volta organizzi tutto tu ed io devo solo infilarmi le scarpe, quelle belle col tacco, e godermi la serata no?
Eddai, ogni tanto prendetela una decisione!

4) IL CORTEGGIATO
Lui ti fa solo capire che gli interessi(in modo neanche cosí chiaro), dopo di che si porrá a mo’ di trofeo alla sagra della salsiccia e tu dovrai conquistarlo.
Quindi preparati, non ci saranno messaggi, frasi carine, gesti atti a farti sentire speciale.
No. Niente di niente, perchè nella relazione tu conti meno del suo specchio gigante. Questo esemplare di uomo con la vagina, generalmente possiede un ego spropositato e penserá che tu debba ritenerti addirittura privilegiata di poterti mostrare in giro con lui.
Ovviamente non aspettatevi nemmeno un caffè offerto da codesto esemplare di Johnny Bravo.

5) IL TIMIDO
Il timido è una moneta a due facce, puó andarti bene o puó andarti male.
Perchè, se ti va bene, la timidezza è solo una patina che nasconde una persona estremamente interessante.
Stile pacco regalo, devi pazientare per poi goderti il contenuto.
Inizialmente potrá sembrare impacciato, tentennante e pure tenero.
Ma, una volta presa confidenza, il timido(non piú timido) si rivela intelligente, educato, spiritoso e addirittura audace.
E sí, qui è il caso di dire, l’apparenza a volte inganna.
Sfortunatamente l’altro timido, non solo rimane timido, ma vi fará proprio cadere le palle per terra, perchè ahime dovrete fare tutto voi, compreso parlare al posto suo.
Se vi piace proprio tanto quindi, preparatevi a delle lunghissime conversazioni… con voi stesse.

6) QUELLO CHE CI PROVA SU INTERNET
Qui è abbastanza semplice.
A-cerca palesemente sesso.
B-cerca sesso, ma te la spaccia come una folgorazione improvvisa, zelante di conoscere te, che “sei diversa da quelle che ho conosciuto finora”.
C-scatta un’intesa fantastica in chat, allora decidete di vedervi e… scopri che è il cugino bruttissimo di quello nelle foto.
D- come sopra ma con il lieto fine (7% dei casi, secondo accurate stime inventate da me)

7)QUELLO PERFETTO MA…
Dopo tanti casi umani, finalmente ve ne passa tra le mani uno normale.
Carino, simpatico, intelligente, apprezza le vostre battute (capisce le mie battute?!)
Sembra uno a posto, davvero a posto, come non lo vedavate dalla seconda asilo.
Ma…
Ma?
Eh, ma…
” non è scattata la scintilla.”
Ma, “non lo so, mi ricordi mio padre.”
Ma, “hai gli occhi di un verde spento che mi rattrista.”
Ma ” qualcosa mi dice che non sei tu quello che cerco”.
Sì è un triste destino e noi donne a volte non ci meritiamo niente, lo so.
Io parlo a te,
caro “ragazzo perfetto ma…”,
ti chiedo di perdonarci.
E posso immaginare cosa vorresti dirci di fare con tutti quei MA.
Ti comprendo, e ti auguro il meglio. Addio.

Va be, dai, ora passiamo oltre.

8)IL MARTELLO PNEUMATICO
Tutte lo abbiamo avuto almeno uno cosí.
Lui è quello che non si arrende.
È quello che non conosce la parola “no”, non sa cosa sono i rifiuti, oppure lo sa, ma gli piacete talmente tanto che continua a starvi dietro.
Quindi giú di fiori, cornetti caldi la mattina, lettere smielate, complimenti e tutto ció che è degno di chiamarsi Corteggiamento, con la maiuscola.
E sai una cosa, Martello Pneumatico, io ti stimo.
Grazie di esistere.
Grazie per averci trattate come principesse.
Grazie per averci fatto sentire come se ce l’ avessimo solo noi.
È una bella sensazione, una ventata di autostima… peró, dopo la 32esima volta che declino il tuo invito, fammi un favore, per amor tuo, ti prego… mollami.
E se poi, inaspettatamente, dovessi farcela, ti faccio i miei piú sinceri complimenti.

9)QUELLO CHE NON CI PROVA
Lui è quello che potrebbe provarci in ogni modo, tipo in Autogrill con l’insalatina incastrata tra l’incisivo e il canino destro.
È quello che spii di sottecchi da una vita e conosci tutti i suoi movimenti.
Sai i posti che frequenta e sei riuscita pure ad amicarti qualcuno dei suoi amici, perchè “chissá possono tornare utili”.
Sfoderi i tuoi migliori occhi da cerbiatta, che se sbatti ancora un po’ le ciglia, cadono per terra.
Siete giá sposati, avete 3 figli, un gatto (o un cane, puó scegliere lui) e una villa con giardino in un futuro poco lontano.
Lui peró è ignaro di tutto.
E non accenna a provarci.
Zero.
Caro, lo sai vero che se non mi chiedi di uscire non potremo mai arrivare all’altare?!
Per lui voi siete lo sfondo trasparente sul quale scorrono le diapositive della sua vita.
Siete l’albero della scenografia, quando alle superiori facevate le recite teatrali.
Siete la colonna sonora di Beethoven in sottofondo, nel bel mezzo di una gara di rutti con i suoi amici…
Va be, credo possa bastare, il senso è arrivato credo.
Insomma rimarrá il padre dei vostri futuri figli inesistenti, di cui sapete giá due nomi su tre, e non lo saprá mai.

10)QUELLO CHE TI PIACE E CI PROVA
Ti piace, gli piaci, ci prova (pure bene), ci stai.
Semplice, lineare, naturale!
Per le piú ciniche questo chiaramente non esiste, ma io dico di essere fiduciose, perchè da qualche parte, c’è un numero 10 per tutte.

Ho dolore alle mani quindi mi fermo qui, anche se ce ne sarebbero tanti altri in repertorio.
Poi sicuro sti geni inventeranno nuovi modi per provarci, quindi è uno scritto destinato ad essere infinito… io mi defilo.

Fonti:
-cavie che ho avuto modo di testare personalmente me medesima in prima persona
– incredibili e strabilianti testimonianze delle amiche di sempre.

Vi auguro un buon rimorchio!

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SOGNI D’ORO

Se decidi di sognarmi,
per favore,
fallo bene.
Niente cose già sentite, un po’ banali o tragediette.

“Dove andiamo, dunque?”

È il tuo sogno, scegli tu!
Ma che sia un posto carino!

“La stradina di un paesello, con i sassi in bella vista?”

Mmh… mi piace!
Ma va’ avanti, superiamo la chiesetta ed entriamo in quel negozio.

“Ma cos’è la libreria?
Non ci avevo mai pensato…”

È il tuo sogno,
stai facendo tutto tu!
Dai entriamo!

Questo odore … della carta, di avventure, di duelli e principesse.
E poi i viaggi, navi, pure i draghi…
Non farebbe innamorare proprio tutti?

“Proprio tutti?”

Dai, sù,
prova a leggermi qualcosa!

“Leggo qui, davanti a tutti?”

Ma sei cucco! Guarda che non c’è nessuno,
è il tuo frutto della mente,
forse ascolto solo io
ed esisti solo tu.
Dai ti prego, un pezzettino!

Mentre passano le ore, o i minuti chi lo sa,
mentre rubi le parole alle poesie,
d’improvviso tutto trema, tutt’intorno.

“Che è successo? Il terremoto?”

Sta’ tranquillo, sta finendo solo il sogno!
Ora usciamo, prima che ci crolli addosso.
Non ti aspetto anche domani,
credo non ritornerai,
ma se arrivi, sono lì,
tra le file dei romanzi e le enciclopedie.

“Ora vado, sento un suono in lontananza… le campane?”

No, è la sveglia!
Corri!
Anzi, aspetta… ecco qua!
Mi è avanzato questo bacio,
voglio che lo tenga tu!

Fa’ buongiorno, realtà d’oro!

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