IN MEMORIA

Marisa è arrivata in ambulatorio accompagnata dalla figlia.

È arrivata a passi lenti e tremolanti appoggiata al suo bastone, ma camminando da sola.

Marisa ha degli occhi azzurri azzurri e grandi.

Ho provato mentalmente a eliminare l’abbraccio di rughe intorno alle palpebre e allora ho pensato che da giovane doveva essere stata una gran bella ragazza.

Ha lo sguardo un po’ perso Marisa, intenta a sedersi sulla sedia di fronte al tavolo, e mentre il dottore rivolge domande di routine a sua figlia, lei non presta attenzione a tutte quelle parole nella stanza, piuttosto sorride e si guarda intorno.

Faccio accomodare la figlia fuori dallo studio per iniziare l’esame vero e proprio.

Il dottore, con tono gentile, parte con le domande.

<Signora Marisa, ripeta queste tre parole: casa-cane-penna>
<Casa,cane… penna>
<Bravissima. Sa che giorno è oggi?”
Silenzio.
<Ok, non precisissimo. Che mese?>
<Maggio.>
<Quasi. Siamo a Giugno. E che anno è?>
<No no. Non saprei. Deve chiedere a mia figlia. Io non le controllo mai certe cose.>
Il dottore intanto scrive. 

<Va bene. 

In che città ci troviamo, lo sa?>
Silenzio. Marisa si rigira le mani nelle mani, ma non è imbarazzata. Semplicemente non lo sa.

<Sa dirmi che struttura è questa in cui ci troviamo?>

Marisa guarda fuori dalla finestra, poi verso la porta. Forse cerca un aiuto, un ricordo, un appiglio che alla fine trova e farfuglia confusamente <Ospedale>

<Va bene, brava. Mi dica, si ricorda qualcuna delle tre parole che le ho detto prima?>

Marisa accenna ad aprire la bocca, gonfia il petto, sospende la partenza di un suono…
La guardo, mi sforzo di sorridere “Dai, Marisa, dille. Ti prego, dille, te le ricordi. Dille” 

Niente. Chiude la bocca e si arrende.

Abbassa gli occhi e scuote la testa in un “no” stanco.
Poi il dottore chiede a Marisa di scrivere una frase, una qualunque.

Lei impugna la penna con delicatezza, e piano piano, molto concentrata, scrive 

“Da giovane scrivevo tante poesie, tantissime.”
Mi ha uccisa Marisa.

Ho guardato i suoi occhi azzurri, coperti da un’ ingenuità necessaria. Un’ ingenuità che ho ringraziato e odiato insieme.

La visita è proseguita con altri esercizi e accertamenti.

Alla fine, l’ho accompagnata fuori, facendola appoggiare al mio braccio e prima di restituirla alla guida della figlia, le ho detto:  <Sa, anche io scrivo poesie. Lei cosa scriveva di preciso, poesie d’amore?>

E lei, per un attimo infervorita, mi ha risposto:<No! Ma che d’amore! Scrivevo poesie per la mia città, questa città bellissima e immersa nel verde. Sono sempre stata un po’ selvaggia e quando c’erano boschi e giardini io ero felice.>

Mi sorride e per uno sguardo breve ci vedo un guizzo, vivissimo e giovane, nei suoi occhi.

<Tante buone cose dottoressa.>

<Anche a lei, signora Marisa.> Così l’ho salutata e l’ho guardata allontanarsi  fino alle porte d’uscita.

Dedico questa storia a Marisa (nome di fantasia) ma soprattutto, dedico questa storia a mia zia, che oggi ho pensato immensamente. A mia zia, che se n’è andata non ricordandosi i volti delle persone che amava di piu.

A mia zia, che invece noi, ricordiamo benissimo.
-MaríeFfe-

Pagina Facebook:  https://www.facebook.com/ilQuadernetto/

(Disegno di Clara Lieu)

TANA LIBERA TUTTI

Un giorno verrò a cercarti
e scopriremo
di aver
solo
giocato
a nascondino,
tutto questo tempo.
Senza saperlo.
Contando male,
perdendo di vista la tana.
Un giorno.
Dopo ore, o mesi,
di insensate corse.
Anni pieni di danni,
mani lanciate distrattamente altrove,
come panni
inutili e sporchi.
Un giorno,
dopo averti scovato davvero,
ti chiederó, senza balbettare,
con lo sguardo alto,
“Quanti sogni hai?”
e tu, con frettolosi gesti,
indicherai un cassetto
grande cosí,
un po’ scassato
(per quanto tanto pesa).

Ci sbirceró dentro, quel giorno,
senza farmi vedere,
celando la curiosità
fra il palmo della mia mano
e i tuoi occhi,
travestita
da ingenua carezza.

Cosí, sbirceró.

E allora,
tra una torta al limone gigante,
un viaggio in Perú e un leone
da compagnia…
ci troveró,
addormentato
su una vecchia foto,
-a stiracchiarsi
tra le tue guance-
il mio sorriso.

“Quanti sogni mancano, ancora?”

-MaríeFfe-

Pagina Facebook

https://www.facebook.com/ilQuadernetto/


LA PRIMA, VERA CADUTA

E se io
fossi stata
il bacio da
indossare
quando dentro
piove?
Quello che non vuoi
mettere
subito
perchè sei
in maniche corte
e il sole sul corpo,
anche se mosso
da ingannevole Autunno,
ti piace.

Mi respingi.

Perchè un po’
forse,
sul collo
pizzico.
Dimmi,
lo senti giá il vento
che ti screpola le guance?

Se fossi stata lí,
piú tenera
piú morbida…
Perchè non son così?

Son di pelle
invece,
quasi sempre dura.
È la mia natura,
che sfiorisce, se ti penso
con un’altra addosso,
come
quel cappotto
-da Fonzie-
che portavi
al pub,
con la mia anima tra le dita
e una sigaretta
dietro l’orecchio.

E c’ero prima io.
C’ero prima io
sotto quella giacca,
sotto quella pelle.
Che se ci provo
a immaginarla
ora,
smarrito il senso delle stagioni,
credo sia stata l’unica
a coprirmi
veramente
dal freddo,
dall’Inverno,
dal resto.

Dall’ apatia,
che
sotto ossimoriche vesti estive,
svogliatissima
tormenta,
bacia i miei sensi
e mi addormenta.

-MaríeFfe-

(Alberi in fiore, Piet Mondrian, 1912)

Pagina Facebook: https://www.facebook.com/MarieFfeQ/

SE UNA MATTINA

​Se una mattina

ti svegli 

e mi ami,

giuro, non sarò crudele.

Non ti chiuderò il cuore in faccia, 

non ti mostrerò il mio collo.

Se all’ improvviso 

mi ami, 

scorderò tutto 

e le lacrime evaporeranno cantando.

Se mi ami, dopo tutto, 

senza un motivo 

e ti senti spaesato, 

ti aiuto io 

che ti amo da tanto e ho già imparato.

Puoi guardare i miei occhi 

e copiare lo sguardo; i baci sono facili 

ti riescono subito se ci provi, 

le mie labbra hanno già conosciuto le tue, 

all’ ombra dei sogni più caldi.

I pensieri saranno i tuoi 

perché li dipinge l’anima 

e lì non posso sbirciare, 

ma gli abbracci, quelli, non preoccuparti, 

te li insegno io.

Se però, 

una mattina ti svegli, 

dopo tutto 

e mi ami 

e ti svelo l’amore, 

ti narrò i segreti, 

giochiamo a impararci, 

se ti svegli, 

amore, 

prometti,

non addormentarti più.

SOGNI D’ORO

Se decidi di sognarmi,
per favore,
fallo bene.
Niente cose già sentite, un po’ banali o tragediette.

“Dove andiamo, dunque?”

È il tuo sogno, scegli tu!
Ma che sia un posto carino!

“La stradina di un paesello, con i sassi in bella vista?”

Mmh… mi piace!
Ma va’ avanti, superiamo la chiesetta ed entriamo in quel negozio.

“Ma cos’è la libreria?
Non ci avevo mai pensato…”

È il tuo sogno,
stai facendo tutto tu!
Dai entriamo!

Questo odore … della carta, di avventure, di duelli e principesse.
E poi i viaggi, navi, pure i draghi…
Non farebbe innamorare proprio tutti?

“Proprio tutti?”

Dai, sù,
prova a leggermi qualcosa!

“Leggo qui, davanti a tutti?”

Ma sei cucco! Guarda che non c’è nessuno,
è il tuo frutto della mente,
forse ascolto solo io
ed esisti solo tu.
Dai ti prego, un pezzettino!

Mentre passano le ore, o i minuti chi lo sa,
mentre rubi le parole alle poesie,
d’improvviso tutto trema, tutt’intorno.

“Che è successo? Il terremoto?”

Sta’ tranquillo, sta finendo solo il sogno!
Ora usciamo, prima che ci crolli addosso.
Non ti aspetto anche domani,
credo non ritornerai,
ma se arrivi, sono lì,
tra le file dei romanzi e le enciclopedie.

“Ora vado, sento un suono in lontananza… le campane?”

No, è la sveglia!
Corri!
Anzi, aspetta… ecco qua!
Mi è avanzato questo bacio,
voglio che lo tenga tu!

Fa’ buongiorno, realtà d’oro!

massimo-giannoni-giorgio-bertozzi-neoartgallery-1

COME PENSI FINIREBBE?

Se proviamo a riprovare?
Come pensi finirebbe
se iniziassimo di nuovo,
per davvero,
in altro luogo, in altro modo?
Per esempio,
se ti passo in mezzo a tanti,
in un giorno poco strano,
un po’ piovoso e luminoso,
nella fretta della strada ci guardiamo,
ci abbracciamo,
lì fra tanti, lì da soli.
O in un parco, mentre corri ” scusa ti è caduto un po’ d’amore dalle tasche!”,
credo poi ti fermeresti per parlare,
per giocare con i suoni e coi capelli,
che hanno smesso di star calmi e si tuffano nel vento,
come tanti pesciolini.
Mentre poi passo col dito sul profilo del tuo naso,
d’improvviso si pieghetta della fronte sui tuoi occhi:
“Scusa, ma ci siam già conosciuti, amore mio?”
“Si!”
ti dico, e ti bacio sull’orecchio,
mentre un’ape danza via.
Questo prato, questo verde
e la luce, le farfalle
e l’aroma di poesia…
Tutto questo non c’è stato.
Io vorrei fosse infinito questo scorcio
di un istante;
incolliamo la tua mano al mio ginocchio,
incastriamoci le mani fino al sangue,
perché questo non esiste.
Non possiedo un altro mondo, un altro incontro,
né quel raggio sul tuo viso fa da sole.
E non strappo margherite da quel prato.
Io ci sono.
Ci sei tu.
Senza baci,
senza l’ombra di una nuvola di un gatto.
Tutto quanto immaginato,
non esiste questo amore.
Nel mio stomaco si aggrappa,
grida, sento, nelle ossa.
Ma non siamo destinati,
niente foglie,
niente baci,
niente api.

Come pensi finirebbe, per davvero?

(MaríeFfe)

Segui la pagina Facebook: https://www.facebook.com/Il-Quadernetto-127321941056295/