TANA LIBERA TUTTI

Un giorno verrò a cercarti
e scopriremo
di aver
solo
giocato
a nascondino,
tutto questo tempo.
Senza saperlo.
Contando male,
perdendo di vista la tana.
Un giorno.
Dopo ore, o mesi,
di insensate corse.
Anni pieni di danni,
mani lanciate distrattamente altrove,
come panni
inutili e sporchi.
Un giorno,
dopo averti scovato davvero,
ti chiederó, senza balbettare,
con lo sguardo alto,
“Quanti sogni hai?”
e tu, con frettolosi gesti,
indicherai un cassetto
grande cosí,
un po’ scassato
(per quanto tanto pesa).

Ci sbirceró dentro, quel giorno,
senza farmi vedere,
celando la curiosità
fra il palmo della mia mano
e i tuoi occhi,
travestita
da ingenua carezza.

Cosí, sbirceró.

E allora,
tra una torta al limone gigante,
un viaggio in Perú e un leone
da compagnia…
ci troveró,
addormentato
su una vecchia foto,
-a stiracchiarsi
tra le tue guance-
il mio sorriso.

“Quanti sogni mancano, ancora?”

-MaríeFfe-

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LA PRIMA, VERA CADUTA

E se io
fossi stata
il bacio da
indossare
quando dentro
piove?
Quello che non vuoi
mettere
subito
perchè sei
in maniche corte
e il sole sul corpo,
anche se mosso
da ingannevole Autunno,
ti piace.

Mi respingi.

Perchè un po’
forse,
sul collo
pizzico.
Dimmi,
lo senti giá il vento
che ti screpola le guance?

Se fossi stata lí,
piú tenera
piú morbida…
Perchè non son così?

Son di pelle
invece,
quasi sempre dura.
È la mia natura,
che sfiorisce, se ti penso
con un’altra addosso,
come
quel cappotto
-da Fonzie-
che portavi
al pub,
con la mia anima tra le dita
e una sigaretta
dietro l’orecchio.

E c’ero prima io.
C’ero prima io
sotto quella giacca,
sotto quella pelle.
Che se ci provo
a immaginarla
ora,
smarrito il senso delle stagioni,
credo sia stata l’unica
a coprirmi
veramente
dal freddo,
dall’Inverno,
dal resto.

Dall’ apatia,
che
sotto ossimoriche vesti estive,
svogliatissima
tormenta,
bacia i miei sensi
e mi addormenta.

-MaríeFfe-

(Alberi in fiore, Piet Mondrian, 1912)

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OMBRA

Non ci sono piú tornata
sotto quell’albero,
a rubare l’ombra.
Anche quando
mancava,
fastidiosamente tanto,
da togliere
notte al giorno.
Sogni al sonno.
Ho imparato
che certe cose
si rubano in due,
con le dita complici
intrecciate,
pronti a scappare,
correndo,
e brividi
in pancia,
ridendo.

Solo cosí.
Per forza, cosí.

Non sia mai
arrivi Amore,
severo,
e ci trovi
con le mani nel sacco.

O addosso.

-MaríeFfe-

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VANEGGIAMENTI

È difficile mettere a fuoco l’importante, quando intorno è buio e sei pure cieca, con e senza occhiali.
Quando vorrei essere decisa, risoluta e concreta, invece mi sento fatta con pasta frolla , non con creta, perchè questo gioco di parole sarebbe stato banale.
Il punto è che a volte io mi ci sento, banale dico.
Nella vita.
E allora davvero, lí sí, che mi sento male, perchè poi devo iniziare a lottare con questo bisogno che ho di sentirmi speciale e non sopra gli altri ma sopra l’idea che ho di me stessa. O almeno al pari.
Che poi, che idea abbia di me stessa non lo so neanche io.
Mi chiedo cosa penserei di me se mi vedessi passeggiare fuori da me, non conoscendomi.
E non so se avrei voglia di avvicinarmi.
Forse tirerei dritto con gli auricolari nelle orecchie, mi passerei totalmente inosservata.
Come con quelle persone che incontro e non mi viene per nulla voglia di mescolarmici un po’, perchè già sospetto (so) che non mi lascerebbero niente.
Nessun richiamo, nessuna attrazione.
Niente. Sterile materia che respira, senza attrattiva su di me.
Nello stesso tempo non so nemmeno cosa trovo interessante negli altri.
Ad un certo punto ai miei occhi lo sono e basta.
So, per esempio, che vorrei essere il tipo di persona che è capace di andare al cinema da sola, il tipo che alle pause mangiucchia caramelle gommose in tranquillità, senza il bisogno di riempire il tempo con le parole o con i baci.

Come quel ragazzo che ho visto una volta di qualche mese fa, seduto su una poltroncina due file davanti alla mia, da solo.
Io ero in compagnia ma ho passato le mie pause a fissare verso di lui e ad aspettare che si accorgesse di me.
Volevo essere come lui, volevo sapere che genere di esistenza fosse la sua, fuori da quel cinema che affrontava con tanta naturalezza.
Chissà se affronta la vita con quella stessa naturalezza.
Avrei voluto chiedergli il suo segreto e tante altre cose.
“Che fai quando non sei qui?
Delle volte anche tu vorresti prenderti a schiaffi per come ti comporti e per quello che dici?
Perfino per quello che pensi?
Ce li hai i tuoi vuoti? E come li silenzi, visto che non hai bisogno di una spalla su cui appoggiare le orecchie?”

Lui di me non si è accorto e probabilmente non si è ancora nemmeno accorto di tutto il mondo che gli sta girando intorno.
Forse non sa di esistere, solo gli batte il cuore e gli entrano i pensieri in testa e l’aria nei polmoni.
In modo semplice.
Magari sta meglio o magari peggio. Magari sta.
O semplicemente, ha trovato la soluzione.

Io comunque al cinema da sola, non ci so andare.
Mi manca il coraggio, la faccia tosta, ma soprattutto credo mi manchi la poesia.

-MaríeFfe-

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RUFFIANA CON FUSA

Mi piacerebbe dirti che
mi stai piacendo poco a poco.
Come un nuovo gioco,
come un uovo strappazzato
fritto con bacon croccante
passato in rovente padella.
Come in pagella
con tutto otto
e nove in condotta
o la marmotta della Milka
che fa il cioccolato
nella mia soffitta
apposta per me.
Come De Andrè.
Va be, non esageriamo.
Ma come Battisti e le sue Emozioni.
Come le canzoni che ascolterei
se ti pensassi.
Ma non ti penso.
Non ti montare.
Potrei dirti che mi fai sconcentrare
se inizio a vagare con la testa
sulle tue mani sulle mie mani.
Come una lunga dormita
senza sveglia puntata,
o una puntata di una serie
appena uscita e già scaricata.
Come una festa a cui non volevo andare,
poi sono andata
e mi è piaciuta.
Come la H muta,
davanti ad hamburger.
Come l’hamburger stesso
che mangerei con te
adesso,
tanto la fame vien mangiando
o parlando o ridendo o baciando.

Potrei dire questo,
ma son di sasso, non mi sciolgo.
Se fossi un’altra (una senza carapace),
che mi piaci te l’avrei già detto,
in modo diretto e audace.
Potrei provare, certo,
ma se lo dicessi ora
guarderei solo le stringhe
sulle scarpe,
lo farei color mela rossa, ciliegia
o addirittura lampone.

Ma comunque sarebbe magia,
un’illusione,
anzi proprio utopia.
Perchè mica è vero che mi piaci,
non ti gonfiare.
Stavo scherzando,
e da vera forzuta,
son tutta d’un pezzo,
impassibilmente muta.

-MaríeFfe-

(Disegno-se cosí è definibile- di mia produzione, ispirato da un poco evidente, e per niente condizionante, attacco di fame.)

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FRAGOLE

​Quando so cosa vuoi dirmi, 

ma ingenuitá fingo

nell’ignorarlo,

per giocar

col tuo crederti 

giá vincitore,

col tuo credermi 

fragola indifesa.

Quando ormai so

la voglia di labbra, 

ma con mimato stupore, 

chiedo

“Cosa hai in mente?”

cosí, semplice, mento.

Ecco,

lí, mentre ride

a crepapelle

si diverte, infantile,

Seduzione.

-MaríeFfe-

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VERSI SENZA SENSI

​Finisco di congelarmi da dentro, 

anche se il caldo mi scioglie.

Che torto ho se mi sento straniero 

come un kiwi sul melo?

Inopportuno il sale nel tiramisú.

-Sbagliato?

-No, solo salato. 

Provaci ora a tirarmi un po’sú.

Do una sbirciata lá fuori, 

per ricordarmi i colori.

Bello,

ricorda te e me innamorati,

spenti e scontati.

Metti le orecchie sott’acqua 

e ascolta il tuo ritmo ovattato,

non lo trovi stonato?

Sento un profumo diverso ma già visto in foto,

mi tappo il naso,

non voglio affogare

mentre mi tuffo, di nuovo,

nel vuoto.

(MaríeFfe)

Immagine di Silvia Lazzarin

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