QUEL CHE/MOSTRO]ORRENDO

Non sono mai stata una di quelle persone che in pubblico attira l’attenzione, una di quelle che risplende in mezzo alla folla.
Tendo a parlare tanto, soprattutto se sono nervosa, o se mi sento inadeguata.
Se mi interpellano e ho poca confidenza.
Se mi cade qualcosa.
Se arrossisco.
Se inciampo.
E no, non è buttato qui a caso, mi è capitato di inciampare, di cadere e fare una figuraccia colossale.
Una di quelle figuracce che quando ci ripensi a distanza di anni ti viene ancora da dirti “Che sfigata che sei!”
Il peggio è che era una situazione in cui volevo provarci davvero a fare la figona tutta in tiro, ma niente il tacco venti era davvero troppo ambizioso.
Va beh, al di là dell’incidente, che, in realtà, può capitare… credo di non averlo ancora trovato un equilibrio in mezzo alla gente. Soprattutto se è tanta, soprattutto se ho la sensazione che si aspettino cose da me. Che sia carina, che sia simpatica, che rida a quello che convenzionalmente fa ridere, che parli il giusto.
A volte ho la sensazione di sentirmi davvero fuori posto. Altre volte mi ci obbligo a piazzarmi fuori posto, per mettermi alla prova, per sfidarmi, per provarmi che posso riuscirci sempre. Ma soprattutto che può anche piacermi.
E delle volte è così davvero. Ci sono situazioni in cui sento subito un feeling con l’ambiente intorno, con le altre facce. Addirittura sento l’esigenza di facce nuove e di menti nuove.
Ma non è sempre così.
Mi capita di trovarmi in trappola e dire cose che in realtà non vorrei dire, ma escono per riempire l’aria, come se dietro queste parole potessi nascondermici.
Non ho mai avuto quello charme che tanto piace alle persone.
Il mistero.
Quell’aurea da esemplare mitologico, che sprigiona attrazione.
Magari poi quel mistero non sempre cela cose reali.
Magari è solo fascino, ma se ce l’hai infondi il dubbio di custodire qualcosa di molto prezioso. Qualcosa di salvavita.
Io non lo so se custodisco qualcosa di molto prezioso.
Dato che non lo so, non mi va di far credere che sia così.
E comunque, non mi riuscirebbe.
-MarièFfe-

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(Immagine dal Webbè)

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MANI

Piú stavamo lí
piú volevo baciarti
negli occhi,
con gli occhi.
E poi volevo guardarti,
dappertutto,
con ogni parte
di me.
Anche con queste
che son solo mani
e non sanno niente,
se non, imitando un cuore,
come si applaude.

-MaríeFfe-

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ESPRIMI UN DESIDERIO

​Vorrei, 

con un sospiro, 

buttare tutto fuori, 

tossire forte l’ansia 

e svuotare i pori.

Vorrei il verde dell’erba 

toccar tutto il mio corpo, 

ho le braccia spalancate 

e le gambe pure: sono una stella! 

Non c’è caldo e non c’è freddo, 

il vento mi sussurra una filastrocca 

e l’unico raggio di sole 

ha scelto le mie guance 

e la mia bocca.

Con le palpebre sdraiate sugli occhi, 

guardo il cielo, 

o forse è lui che guarda me 

e sorride di azzurro.

Dolce sensazione: 

mi sento una michetta 

appena sfornata, 

mi sento esistere, ma in silenzio. 

Un silenzio che sa di buono, di giallo e di leggero;

mi sa che mi addormento 

in questo desiderio, profumato di vita.

E una farfalla gioca col mio naso.

(MaríeFfe)

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IO SONO ROSA, E TU?

​”Io vorrei essere un bambino rosa”

“Ma come rosa?”

“Sí, bianco come te”

“Non mi piace essere marrone. Mamma mi cancelli il marrone?”

I gemelli nella foto sono Ryan e Francois (spero di aver scritto i nomi nel modo giusto). Dovevo assolutamente riportare questa loro richiesta fatta in un servizio delle Iene, perchè ho riso tantissimo. La spontaneitá dei bambini è qualcosa di meraviglioso e disarmante. All’inizio mi ha fatto divertire la loro serietá nell’esprimere questo desiderio.
Solo che poi ci ho pensato un po’ su e mi sono chiesta perchè due bambini cosí belli e sani sentano il bisogno fin da piccoli di essere diversi da quello che sono. Eppure alla domanda “ma in classe qualcuno vi fa notare che siete marroni?” loro rispondono di no. Dicono: “È per noi, siamo gli unici ad essere marroni.” Questo testimonia l’importanza del sentirsi parte di un gruppo, sentirsi uguali agli altri, soprattutto in tenera etá. Tutti abbiamo sentito il bisogno da piccoli di avere qualcosa che ci accomunasse agli altri, siano le scarpe con le luci o le figurine dell’album del momento.

Peró la trovo un po’ triste questa cosa del colore, perchè significa che (noi grandi) non siamo abbastanza in grado  di far apprezzare le particolaritá come delle cose belle. Vuol dire che un bambino percepisce la sua unicitá e la rifiuta. Vuol dire che anche se nessuno glielo fa notare in modo negativo (e comunque non ci credo fino in fondo) loro si sentono sbagliati in qualche modo. Si sentono un’eccezione rispetto alla maggioranza, considerata come migliore. È un peccato.

È un peccato non si riesca a trasmettere ai piú piccoli il messaggio giusto, che secondo me è: il tuo “marrone” è bellissimo, proprio come è bellissimo il rosa dei tuoi amici. 
Anzi, mi correggo, non “proprio come”. È bellissimo in modo diverso, ma con uguale intensitá e valore.

E tra l’altro, se devo dirla tutta, credo  che fra vent’anni le ragazze farranno la fila dietro questi due.
Giá, anche quelle rosa.