TANA LIBERA TUTTI

Un giorno verrò a cercarti
e scopriremo
di aver
solo
giocato
a nascondino,
tutto questo tempo.
Senza saperlo.
Contando male,
perdendo di vista la tana.
Un giorno.
Dopo ore, o mesi,
di insensate corse.
Anni pieni di danni,
mani lanciate distrattamente altrove,
come panni
inutili e sporchi.
Un giorno,
dopo averti scovato davvero,
ti chiederó, senza balbettare,
con lo sguardo alto,
“Quanti sogni hai?”
e tu, con frettolosi gesti,
indicherai un cassetto
grande cosí,
un po’ scassato
(per quanto tanto pesa).

Ci sbirceró dentro, quel giorno,
senza farmi vedere,
celando la curiosità
fra il palmo della mia mano
e i tuoi occhi,
travestita
da ingenua carezza.

Cosí, sbirceró.

E allora,
tra una torta al limone gigante,
un viaggio in Perú e un leone
da compagnia…
ci troveró,
addormentato
su una vecchia foto,
-a stiracchiarsi
tra le tue guance-
il mio sorriso.

“Quanti sogni mancano, ancora?”

-MaríeFfe-

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LA FESTA

Stefano non sapeva quanto tempo fosse trascorso.
Non aveva un orologio e anche se l’avesse avuto non avrebbe potuto vederlo.
Si trovava in piedi e continuava a tamburrellare nervosamente le dita della mano destra sul braccio sinistro.
Era agitato, voleva solo che quella maledetta porta si aprisse e ponesse fine all’attesa, che era già durata per un tempo indeterminato e sospeso.
Iniziava ad avere caldo e la testa girava un po’.
Dall’altra stanza provenivano i rumori della musica, delle risatine e dei sussurri, ma non riusciva a captare nessuna frase completa, solo ogni tanto sentiva qualche parola alternata al suo nome.
“Sbrighiamoci”…
“Sigaretta”…
“Lei”…
“Stefano”…
“Gira”…
Risate.
I genitori di Elisa erano stati molto chiari sull’orario, alle due loro sarebbero rientrati a casa e gli ospiti sarebbero dovuti andare via.
La festa per ora stava andando alla grande, almeno abbastanza da scatenare, il Lunedí mattina, l’invidia dei compagni che non erano stati invitati.
Il papà della festeggiata aveva vietato gli alcolici in modo categorico, ma segretamente ognuno dei ragazzi era riuscito a imboscare qualcosa nello zaino, tre o quattro birre, un cartone di vino e qualche bottiglina di superalcolico, tipo quelle che si trovano nel frigobar degli hotel.
Ovviamente tutto quello che avevano, non avrebbe sbronzato neanche la metà delle persone presenti, ma di sicuro sarebbe stato sufficiente a raccontare che alla festa “avevano bevuto un botto.”
Matteo aveva portato anche sei sigarette, rubate di nascosto dal pacchetto della madre, cosí alcuni ragazzi ne avevano fumate tre in cerchio, passandosele di mano in mano e legandosi nella complicità di quel gesto trasgressivo, per quell’età.
Questo accadeva almeno mezzora prima.
Prima che Stefano fosse prescelto dalla bottiglia.
E cosí aspettava.
Le ragazze erano cinque: Elisa, la festeggiata, Laura, Giuliana, Arianna e poi Sara, unica vera motivazione della presenza di Stefano alla festa, proprio la sera della partita di basket.
Lo scervellamente del ragazzo era partito dal momento in cui era stato rinchiuso.
Dunque, Elisa stava con Matteo quindi non sarebbe mai entrata nello stanzino.
Arianna era uscita già due volte di seguito e le regole prevedevano fosse il massimo di volte consecutive possibili.
Quindi c’era un terzo di probabilità che all’apertura della porta, insieme a uno spiraglio di luce, entrasse Sara.
La fronte del ragazzo iniziava a imperlarsi di sudore.
“E se dovessi baciarla male? Se muoviamo la lingua in modi diversi? Magari sbavo…”
Dopotutto l’unico vero bacio che aveva dato era stato quello dell’estate scorsa, con la tedesca del campeggio, che gli aveva permesso di esplorare anche un po’ piú a Sud del viso.
Ma non contava, lei nemmeno parlava l’italiano e poi non si sarebbero mai piú rivisti.
Con Sara era diverso.
Lui, Sara l’avrebbe baciata per ore, forse l’avrebbe addirittura solo guardata per ore.
Voleva diventasse la sua ragazza e l’aveva voluta tutto il primo anno di liceo, ma nell’ ombra, senza mai farsi avanti.
Si era limitato, in modo costante, a delle piccole accortezze nei suoi confronti, a lasciarle la fetta di torta piú grande, a passarle le risposte del compito, a offrirle la cioccolata all’intervallo.
Tutto nella speranza che lei capisse, ma finora evidentemente non aveva capito niente, o cosí sembrava.
Già immaginava di toccarle i lunghi capelli biondi e di stringere le mani sopra le sue.
A detta degli altri ragazzi della classe, Sara era carina, ma comunque non come Elisa, e poi tutti credevano fosse un po’ troppo moscia e silenziosa.
Stefano peró non lo pensava.
Le volte che avevano avuto delle conversazioni, l’aveva trovata intelligente e spiritosa, forse un po’ timida, ma non in modo fastidioso.
Sara per Stefano non era solo bellissima, era la piú bella. E non della classe, ma dell’intero mondo, probabilmente.
Ora fremeva al pensiero di poter sfiorare quelle labbra sottili e di poterla stringere in un abbraccio.
Ripeteva a se stesso: “Questa è la tua occasione, non sprecarla. È solo l’inizio, se sei bravo forse lei ti darà una possibilità, le dimostrerai che sei alla sua alt…..”
“Saraaa!”
Da fuori sentí questo nome, urlato da almeno due persone in contemporanea ed ebbe un sussulto.
Avvertì un morso allo stomaco, come se il cuore gli scopiasse e poi scivolasse verso il basso, passando per la pancia, fin giú ai piedi, per poi tornare ancora nella pancia.
“Grazie, grazie, ti ringrazio….”
Stefano si sentí grato a tutto l’universo, all’aria, alla fortuna e a Dio, se mai fosse esistito.
Non accadde subito.
Passó dell’altro tempo, troppo tempo, sporcato di bisbiglii, lamenti e colpi di tosse.
All’ improvviso, finalmente, lo scricchiolio della porta smise di farsi attendere.
Stefano era girato con la faccia verso il muro, intravide per qualche secondo un fascio di luce obliqua sul pavimento, dopo sentí la porta richiudersi e farsi posto, in quel piccolo spazio, un altro respiro oltre al suo.
Si ruotó verso la porta, nella completa oscurità, con la bocca curvata all’insú, invisibilmente felice.
Sospiró, poi con coraggio, disse a voce tremante: “Speravo davvero fossi tu.”
Silenzio.
A due centrimetri dalla sua faccia, una voce inizió lenta a spargersi nell’aria, prima delicata poi diventando sempre piú familiare e insopportabile:”Che gentiluomo sei Ste, sono contenta che Sara abbia insistito tanto per fare cambio. Sei molto carino.”
E poi Laura bació teneramente la bocca paralizzata di Stefano, il quale, nel buio, riuscí a nascondere la delusione che gli rigava le guance, annegando il sorriso piú dolce in quelle labbra mai desiderate.

-MaríeFfe-

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RUFFIANA CON FUSA

Mi piacerebbe dirti che
mi stai piacendo poco a poco.
Come un nuovo gioco,
come un uovo strappazzato
fritto con bacon croccante
passato in rovente padella.
Come in pagella
con tutto otto
e nove in condotta
o la marmotta della Milka
che fa il cioccolato
nella mia soffitta
apposta per me.
Come De Andrè.
Va be, non esageriamo.
Ma come Battisti e le sue Emozioni.
Come le canzoni che ascolterei
se ti pensassi.
Ma non ti penso.
Non ti montare.
Potrei dirti che mi fai sconcentrare
se inizio a vagare con la testa
sulle tue mani sulle mie mani.
Come una lunga dormita
senza sveglia puntata,
o una puntata di una serie
appena uscita e già scaricata.
Come una festa a cui non volevo andare,
poi sono andata
e mi è piaciuta.
Come la H muta,
davanti ad hamburger.
Come l’hamburger stesso
che mangerei con te
adesso,
tanto la fame vien mangiando
o parlando o ridendo o baciando.

Potrei dire questo,
ma son di sasso, non mi sciolgo.
Se fossi un’altra (una senza carapace),
che mi piaci te l’avrei già detto,
in modo diretto e audace.
Potrei provare, certo,
ma se lo dicessi ora
guarderei solo le stringhe
sulle scarpe,
lo farei color mela rossa, ciliegia
o addirittura lampone.

Ma comunque sarebbe magia,
un’illusione,
anzi proprio utopia.
Perchè mica è vero che mi piaci,
non ti gonfiare.
Stavo scherzando,
e da vera forzuta,
son tutta d’un pezzo,
impassibilmente muta.

-MaríeFfe-

(Disegno-se cosí è definibile- di mia produzione, ispirato da un poco evidente, e per niente condizionante, attacco di fame.)

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