QUEL CHE/MOSTRO]ORRENDO

Non sono mai stata una di quelle persone che in pubblico attira l’attenzione, una di quelle che risplende in mezzo alla folla.
Tendo a parlare tanto, soprattutto se sono nervosa, o se mi sento inadeguata.
Se mi interpellano e ho poca confidenza.
Se mi cade qualcosa.
Se arrossisco.
Se inciampo.
E no, non è buttato qui a caso, mi è capitato di inciampare, di cadere e fare una figuraccia colossale.
Una di quelle figuracce che quando ci ripensi a distanza di anni ti viene ancora da dirti “Che sfigata che sei!”
Il peggio è che era una situazione in cui volevo provarci davvero a fare la figona tutta in tiro, ma niente il tacco venti era davvero troppo ambizioso.
Va beh, al di là dell’incidente, che, in realtà, può capitare… credo di non averlo ancora trovato un equilibrio in mezzo alla gente. Soprattutto se è tanta, soprattutto se ho la sensazione che si aspettino cose da me. Che sia carina, che sia simpatica, che rida a quello che convenzionalmente fa ridere, che parli il giusto.
A volte ho la sensazione di sentirmi davvero fuori posto. Altre volte mi ci obbligo a piazzarmi fuori posto, per mettermi alla prova, per sfidarmi, per provarmi che posso riuscirci sempre. Ma soprattutto che può anche piacermi.
E delle volte è così davvero. Ci sono situazioni in cui sento subito un feeling con l’ambiente intorno, con le altre facce. Addirittura sento l’esigenza di facce nuove e di menti nuove.
Ma non è sempre così.
Mi capita di trovarmi in trappola e dire cose che in realtà non vorrei dire, ma escono per riempire l’aria, come se dietro queste parole potessi nascondermici.
Non ho mai avuto quello charme che tanto piace alle persone.
Il mistero.
Quell’aurea da esemplare mitologico, che sprigiona attrazione.
Magari poi quel mistero non sempre cela cose reali.
Magari è solo fascino, ma se ce l’hai infondi il dubbio di custodire qualcosa di molto prezioso. Qualcosa di salvavita.
Io non lo so se custodisco qualcosa di molto prezioso.
Dato che non lo so, non mi va di far credere che sia così.
E comunque, non mi riuscirebbe.
-MarièFfe-

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(Immagine dal Webbè)

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DA QUAND’È CHE SONO UN’ADULTA? (FORSE)

Questa settimana ho avuto talmente tante cose da fare, cosí tanti impegni che non mi è avanzato neanche un secondo per pensare.
Davvero, neanche un secondo.
Devo ancora capire se questa cosa mi piaccia o no.
Per ora mi sento un treno, quindi di tempo per decidere che sensazioni provare non ne ho.
Peró, per me che non riesco mai a fermare la testa e che tendo facilmente alla paranoia e alla costruzione di labirinti mentali, potrebbe essere una riabilitazione valida.
Della serie chiodo scaccia chiodo, dove il secondo chiodo consiste in tutte le cose che ho da fare.
Il primo nemmeno ve lo spiego, perchè è una cassetta degli attrezzi, mica solo un chiodino.
La vita da reparto mi sta parecchio assorbendo e un teorico fine turno alle 14, poi finisce sempre per essere un’uscita alle 16 o addirittura alle 22.
E sarà frivolo e infantile, ma il paziente che mi chiama “dottoressa” e mi sorride, mi fa ancora venire i brividi in pancia.
Mi conferma che stare lí mi piace e che l’ho scelto, non ci son capitata.
Orientarsi con le cartelle, tra i corridoi, per i vari piani dell’ospedale.
Capirci man mano qualcosina in piú, anche se all’inizio un dottore ti ignora o se l’impressione è quella di essere un po’ ingombranti, ancora troppo inutili.
Mandar giú un decesso… non ci si abitua mai.
Non mi abituo mai.
Anche se il paziente ha ottant’anni, che sí, ha vissuto abbastanza, ma forse non cosí abbastanza.
Forse ha una nipotina che non godrà della presenza del nonno al prossimo compleanno, forse aveva in programma il viaggio rimandato da una vita, dopo mille sacrifici.
Credo sempre che non saró mai abbastanza brava per affrontare questo.
Mai giustamente “fredda”.

Poi si torna a casa, stanchi ma pieni.
Il vivere da sola mette a dura prova la mia sopravvivenza ogni giorno, io che sono da sempre abituata al papà che tutte le mattine mi prepara il caffè e alla mamma che alla sera mi accarezza la testa e mi chiede “Com’ è andata?”
Quindi ricordarsi di buttare la spazzatura, di fare la spesa, di preparare il pranzo per il giorno dopo.
Ma come si fa la lavatrice?
Questa settimana lo scopro!
Faró il mio primo bucato in autonomia.
Già tremo, peró è giunta l’ora.
E quindi università, ospedale, lezioni, casa, studio.
E poi si ricomincia.
Se ci si incastra una birra o un cinese d’asporto con gli amici, sembra tutto meno pesante e piú possibile.
Sembra un gioco di squadra, anche se poi ognuno ha il proprio zainetto da portare da solo.
Non ci si ferma, ma mi sento viva.
Mi sento fortunata di poter fare tutto questo, di poter aggiungere tasselli, di poter scolpire la mia strada di giorno in giorno.
E percepisco che un po’ sto crescendo, anche se di pochissimo alla volta, anche se a tratti mi sentiró sempre piccola, sempre bisognosa di sentirmi dire quel “Sta andando bene, stai facendo bene.”
Anche se ho deciso che non stireró niente, tanto cosa vuoi che sia qualche pieghetta sparsa qua e là.
Anche se stasera mi apro una mozzarella perchè non ho voglia di cucinare neanche un uovo.
Anche se un po’ il papà che mi prepara il caffè mi manca, e credo in fondo, mi mancherà sempre.

-MaríeFfe-

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