LA FESTA

Stefano non sapeva quanto tempo fosse trascorso.
Non aveva un orologio e anche se l’avesse avuto non avrebbe potuto vederlo.
Si trovava in piedi e continuava a tamburrellare nervosamente le dita della mano destra sul braccio sinistro.
Era agitato, voleva solo che quella maledetta porta si aprisse e ponesse fine all’attesa, che era già durata per un tempo indeterminato e sospeso.
Iniziava ad avere caldo e la testa girava un po’.
Dall’altra stanza provenivano i rumori della musica, delle risatine e dei sussurri, ma non riusciva a captare nessuna frase completa, solo ogni tanto sentiva qualche parola alternata al suo nome.
“Sbrighiamoci”…
“Sigaretta”…
“Lei”…
“Stefano”…
“Gira”…
Risate.
I genitori di Elisa erano stati molto chiari sull’orario, alle due loro sarebbero rientrati a casa e gli ospiti sarebbero dovuti andare via.
La festa per ora stava andando alla grande, almeno abbastanza da scatenare, il Lunedí mattina, l’invidia dei compagni che non erano stati invitati.
Il papà della festeggiata aveva vietato gli alcolici in modo categorico, ma segretamente ognuno dei ragazzi era riuscito a imboscare qualcosa nello zaino, tre o quattro birre, un cartone di vino e qualche bottiglina di superalcolico, tipo quelle che si trovano nel frigobar degli hotel.
Ovviamente tutto quello che avevano, non avrebbe sbronzato neanche la metà delle persone presenti, ma di sicuro sarebbe stato sufficiente a raccontare che alla festa “avevano bevuto un botto.”
Matteo aveva portato anche sei sigarette, rubate di nascosto dal pacchetto della madre, cosí alcuni ragazzi ne avevano fumate tre in cerchio, passandosele di mano in mano e legandosi nella complicità di quel gesto trasgressivo, per quell’età.
Questo accadeva almeno mezzora prima.
Prima che Stefano fosse prescelto dalla bottiglia.
E cosí aspettava.
Le ragazze erano cinque: Elisa, la festeggiata, Laura, Giuliana, Arianna e poi Sara, unica vera motivazione della presenza di Stefano alla festa, proprio la sera della partita di basket.
Lo scervellamente del ragazzo era partito dal momento in cui era stato rinchiuso.
Dunque, Elisa stava con Matteo quindi non sarebbe mai entrata nello stanzino.
Arianna era uscita già due volte di seguito e le regole prevedevano fosse il massimo di volte consecutive possibili.
Quindi c’era un terzo di probabilità che all’apertura della porta, insieme a uno spiraglio di luce, entrasse Sara.
La fronte del ragazzo iniziava a imperlarsi di sudore.
“E se dovessi baciarla male? Se muoviamo la lingua in modi diversi? Magari sbavo…”
Dopotutto l’unico vero bacio che aveva dato era stato quello dell’estate scorsa, con la tedesca del campeggio, che gli aveva permesso di esplorare anche un po’ piú a Sud del viso.
Ma non contava, lei nemmeno parlava l’italiano e poi non si sarebbero mai piú rivisti.
Con Sara era diverso.
Lui, Sara l’avrebbe baciata per ore, forse l’avrebbe addirittura solo guardata per ore.
Voleva diventasse la sua ragazza e l’aveva voluta tutto il primo anno di liceo, ma nell’ ombra, senza mai farsi avanti.
Si era limitato, in modo costante, a delle piccole accortezze nei suoi confronti, a lasciarle la fetta di torta piú grande, a passarle le risposte del compito, a offrirle la cioccolata all’intervallo.
Tutto nella speranza che lei capisse, ma finora evidentemente non aveva capito niente, o cosí sembrava.
Già immaginava di toccarle i lunghi capelli biondi e di stringere le mani sopra le sue.
A detta degli altri ragazzi della classe, Sara era carina, ma comunque non come Elisa, e poi tutti credevano fosse un po’ troppo moscia e silenziosa.
Stefano peró non lo pensava.
Le volte che avevano avuto delle conversazioni, l’aveva trovata intelligente e spiritosa, forse un po’ timida, ma non in modo fastidioso.
Sara per Stefano non era solo bellissima, era la piú bella. E non della classe, ma dell’intero mondo, probabilmente.
Ora fremeva al pensiero di poter sfiorare quelle labbra sottili e di poterla stringere in un abbraccio.
Ripeteva a se stesso: “Questa è la tua occasione, non sprecarla. È solo l’inizio, se sei bravo forse lei ti darà una possibilità, le dimostrerai che sei alla sua alt…..”
“Saraaa!”
Da fuori sentí questo nome, urlato da almeno due persone in contemporanea ed ebbe un sussulto.
Avvertì un morso allo stomaco, come se il cuore gli scopiasse e poi scivolasse verso il basso, passando per la pancia, fin giú ai piedi, per poi tornare ancora nella pancia.
“Grazie, grazie, ti ringrazio….”
Stefano si sentí grato a tutto l’universo, all’aria, alla fortuna e a Dio, se mai fosse esistito.
Non accadde subito.
Passó dell’altro tempo, troppo tempo, sporcato di bisbiglii, lamenti e colpi di tosse.
All’ improvviso, finalmente, lo scricchiolio della porta smise di farsi attendere.
Stefano era girato con la faccia verso il muro, intravide per qualche secondo un fascio di luce obliqua sul pavimento, dopo sentí la porta richiudersi e farsi posto, in quel piccolo spazio, un altro respiro oltre al suo.
Si ruotó verso la porta, nella completa oscurità, con la bocca curvata all’insú, invisibilmente felice.
Sospiró, poi con coraggio, disse a voce tremante: “Speravo davvero fossi tu.”
Silenzio.
A due centrimetri dalla sua faccia, una voce inizió lenta a spargersi nell’aria, prima delicata poi diventando sempre piú familiare e insopportabile:”Che gentiluomo sei Ste, sono contenta che Sara abbia insistito tanto per fare cambio. Sei molto carino.”
E poi Laura bació teneramente la bocca paralizzata di Stefano, il quale, nel buio, riuscí a nascondere la delusione che gli rigava le guance, annegando il sorriso piú dolce in quelle labbra mai desiderate.

-MaríeFfe-

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VANEGGIAMENTI

È difficile mettere a fuoco l’importante, quando intorno è buio e sei pure cieca, con e senza occhiali.
Quando vorrei essere decisa, risoluta e concreta, invece mi sento fatta con pasta frolla , non con creta, perchè questo gioco di parole sarebbe stato banale.
Il punto è che a volte io mi ci sento, banale dico.
Nella vita.
E allora davvero, lí sí, che mi sento male, perchè poi devo iniziare a lottare con questo bisogno che ho di sentirmi speciale e non sopra gli altri ma sopra l’idea che ho di me stessa. O almeno al pari.
Che poi, che idea abbia di me stessa non lo so neanche io.
Mi chiedo cosa penserei di me se mi vedessi passeggiare fuori da me, non conoscendomi.
E non so se avrei voglia di avvicinarmi.
Forse tirerei dritto con gli auricolari nelle orecchie, mi passerei totalmente inosservata.
Come con quelle persone che incontro e non mi viene per nulla voglia di mescolarmici un po’, perchè già sospetto (so) che non mi lascerebbero niente.
Nessun richiamo, nessuna attrazione.
Niente. Sterile materia che respira, senza attrattiva su di me.
Nello stesso tempo non so nemmeno cosa trovo interessante negli altri.
Ad un certo punto ai miei occhi lo sono e basta.
So, per esempio, che vorrei essere il tipo di persona che è capace di andare al cinema da sola, il tipo che alle pause mangiucchia caramelle gommose in tranquillità, senza il bisogno di riempire il tempo con le parole o con i baci.

Come quel ragazzo che ho visto una volta di qualche mese fa, seduto su una poltroncina due file davanti alla mia, da solo.
Io ero in compagnia ma ho passato le mie pause a fissare verso di lui e ad aspettare che si accorgesse di me.
Volevo essere come lui, volevo sapere che genere di esistenza fosse la sua, fuori da quel cinema che affrontava con tanta naturalezza.
Chissà se affronta la vita con quella stessa naturalezza.
Avrei voluto chiedergli il suo segreto e tante altre cose.
“Che fai quando non sei qui?
Delle volte anche tu vorresti prenderti a schiaffi per come ti comporti e per quello che dici?
Perfino per quello che pensi?
Ce li hai i tuoi vuoti? E come li silenzi, visto che non hai bisogno di una spalla su cui appoggiare le orecchie?”

Lui di me non si è accorto e probabilmente non si è ancora nemmeno accorto di tutto il mondo che gli sta girando intorno.
Forse non sa di esistere, solo gli batte il cuore e gli entrano i pensieri in testa e l’aria nei polmoni.
In modo semplice.
Magari sta meglio o magari peggio. Magari sta.
O semplicemente, ha trovato la soluzione.

Io comunque al cinema da sola, non ci so andare.
Mi manca il coraggio, la faccia tosta, ma soprattutto credo mi manchi la poesia.

-MaríeFfe-

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RUFFIANA CON FUSA

Mi piacerebbe dirti che
mi stai piacendo poco a poco.
Come un nuovo gioco,
come un uovo strappazzato
fritto con bacon croccante
passato in rovente padella.
Come in pagella
con tutto otto
e nove in condotta
o la marmotta della Milka
che fa il cioccolato
nella mia soffitta
apposta per me.
Come De Andrè.
Va be, non esageriamo.
Ma come Battisti e le sue Emozioni.
Come le canzoni che ascolterei
se ti pensassi.
Ma non ti penso.
Non ti montare.
Potrei dirti che mi fai sconcentrare
se inizio a vagare con la testa
sulle tue mani sulle mie mani.
Come una lunga dormita
senza sveglia puntata,
o una puntata di una serie
appena uscita e già scaricata.
Come una festa a cui non volevo andare,
poi sono andata
e mi è piaciuta.
Come la H muta,
davanti ad hamburger.
Come l’hamburger stesso
che mangerei con te
adesso,
tanto la fame vien mangiando
o parlando o ridendo o baciando.

Potrei dire questo,
ma son di sasso, non mi sciolgo.
Se fossi un’altra (una senza carapace),
che mi piaci te l’avrei già detto,
in modo diretto e audace.
Potrei provare, certo,
ma se lo dicessi ora
guarderei solo le stringhe
sulle scarpe,
lo farei color mela rossa, ciliegia
o addirittura lampone.

Ma comunque sarebbe magia,
un’illusione,
anzi proprio utopia.
Perchè mica è vero che mi piaci,
non ti gonfiare.
Stavo scherzando,
e da vera forzuta,
son tutta d’un pezzo,
impassibilmente muta.

-MaríeFfe-

(Disegno-se cosí è definibile- di mia produzione, ispirato da un poco evidente, e per niente condizionante, attacco di fame.)

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REGALI

Nella mia stanza c’è un quadro enorme, bellissimo e molto forte, come praticamente tutti i quadri di Shiele.
Questo quadro è un regalo di una persona a cui ho voluto molto bene, e che, posso affermare con certezza, mi ha voluto molto bene.
Continuiamo a volerci bene credo, ma in modo diverso e ognuno per i fatti propri.

Di solito quando guardo questo quadro non penso piú a quello che ha significato per me allora, vedo solo un quadro che mi piace, e ormai è solo arredamento.
Oggi peró mi sono fermata a guardare la stampa piú a lungo ed è stato diverso.
Mi ha suggerito un ricordo.
È una scena in cui siamo io e questa persona in una stanza vuota, posta di fianco a un’altra stanza da cui arrivano i suoni della musica alta, le risate delle persone un po’ alticce e le urla dei cori di chi vuole solo far festa.
Siamo seduti uno di fianco all’altro, con le schiene appoggiate alla parete rimbombante che divide le due stanze.
Ho un drink mezzo finito in mano e torturo il ghiaccio con la cannuccia mordicchiata.
La mia testa è appoggiata alla sua spalla, fissiamo il vuoto in silenzio e sconfitti.
Abbiamo appena concordato una fine.
La sensazione di aver perso tanto, di avere fallito.
Le solite frasi di rito e il modo in cui ti senti uno schifo.
“E non sei tu, ma sono io.
Ed è un periodo strano.
E non ci incastriamo.”
Parole, parole…
La veritá è che ho un gigantesco scudo intorno a me.
Non riesco a darti piú niente, non ho piú niente per te, è il mio massimo per te.

Non c’è piú niente in questo bicchiere annacquato.
Faccio rumore provando a tirar su con la cannuccia quel poco che resta, pensando di risucchiare anche le due lacrime che stanno scappando.
Fa male sentire che non è questo il massimo che posso dare, che ho da dare.
Vita come sei strana, i legami li soffi e li rompi come bolle di sapone.
Un attimo prima condividi un’intimitá abissale e, un po’ d’amore dopo, si è solo estranei.
E le cose mutano, la gente cambia.
Ti incroci per strada, di fretta.
Un saluto distratto e veloce, imbarazzato, due convenevoli e ognuno per la propria esistenza.

Ma ti sento che mi guardi.
Mi urli con gli occhi “Ei ti ricordi di me? Sono io, ti abbracciavo forte col mio telo enorme, sulla spiaggia, per asciugarti. E ti baciavo i capelli bagnati…
Ti ricordi il rumore del mare?”

“Sí. Tutto okey anch’io,
ti trovo in forma, stai bene.
Magari ci vediamo in giro allora.”

Mi dispiace se sono cosí, se mando sempre tutto all’aria, se una persona non me la so tenere perchè ho paura.
E non ho ancora imparato niente di queste cose, non so ancora niente.
Puó darsi non capiró mai niente di piú.
Ma una cosa l’ho scoperta a mie spese.

La confidenza che cresce, tra un segreto e una birra, tra un giro in centro e un treno perso, un consiglio strappato e un bacio sbagliato… puó portare amore.
Lo senti che si attacca come un eritema, da un corpo all’altro, tra una pelle e l’altra.
Puó addirittura rimanere amore per sempre, se va bene, se è il morbo giusto.
Ma se non scatta amore o non resta amore, perdi tutto.
Uno dei due resta infettato e non si torna indietro.
Perfino quando sarete guariti entrambi, da tempo… rimarranno cicatrici profonde che si respingeranno a vicenda per tutta una vita.
Come a dire “No basta, da te non voglio altro male.”

-MaríeFfe-

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I GRANDI RITORNI

Contrariamente ad ogni piú sfiduciosa aspettativa, ieri sono tornata in palesta.
Solo che l’entusiasmo che avevo in macchina -pompato dalle migliori hit di Gigi Dag ai tempi d’oro, caricanti la voglia di sbarazzarmi dei trigliceridi in eccesso- si è spento non appena, arrivata a destinazione, mi sono accorta che la densità di popolazione ginnica si era quadruplicata rispetto a fine Novembre.
Eccerto Fede, che scema che sei, ovvio che mo in palestra ci sono tutti quelli dei buoni propositi e si sa che il terzo buon proposito dell’anno nuovo, dopo diventare abbonati Valsoia e mangiare meno Pan Di Stelle, è andare in palestra.
Quindi va be, me ne faccio una ragione e mi piazzo con arroganza sull’attrezzo del demonio per eccellenza, altrimenti detto cyclette, per i miei 20 minuti di riscaldamento, mentre la mia coscienza elargisce pacche sulle spalle come frustate a suon di “pedala, pedala che siamo solo alla prima fetta di pandoro!”
Con le mie cuffiette sparate al massimo su ” Di sereeee neereeee” di Tizi(amore della mia vita in un universo in cui le nostre sessualità combaciano), tamburello le dita sul manubrio illudendomi di poter vanificare un po’ la fatica e intanto mi guardo intorno, perchè alla fine stare in palestra è un po’ come essere in gita all’acquario di Genova durante una fuga di pesci palla, ma con una miriade di altri esemplari interessanti da osservare.
Mi faccio sempre mille domande mentre son lí, tra un addominale e una trazione.
Per esempio, ma perchè vi allenate col cappellino da sole, quello con la visiera?
Non capisco.
Avete paura che per lo sforzo vi schizzi il cervello fuori dal cranio?
Non credo ci sia pericolo perchè affinche ció avvenga in partenza un cervello bisogna averlo e a giudicare dalle smorfie e dalle movenze di alcuni soggetti davanti allo specchio dentro quelle tutine da Borat sfoggia capezzoli, la premessa di base mi pare venga a mancare.
Poi in palestra mi ricordo sempre di essere l’unico esemplare sopravvissuto di sesso femminile con le ghiandole sudoripare ancora intatte.
Infatti le ragazze in palestra, dopo 50 minuti di corsa sul tapis roulant sono come la migliore formula dei pannolini pampers baby dry, asciutte e pulite.
Io faccio sette minuti di camminata veloce a livello 6 (si lo so, non infierite) e per tornare negli spogliatoi devo prendere il traghetto, servizio gratuito incluso nell’abbonamento.

Vabbe non tutto è spiacevole in palestra alla fine, devo essere sincera.
Almeno ci sono i ragazzi carini da guardare cosí mi distraggo e non passo l’allenamento ad invidiare gli addominali in acciaio inox delle super figone.
Peccato che il mio outfit da palestra sia antirimorchio brevettato.
Diciamo che è molto simile a quello della Domenica.
Quando decido di stare a casa tutto il giorno.
In pigiama, a svaccare con le repliche di C’è posta per te sul divano.
E quindi niente, posso solo sospirare a ritmo di sollevamento pesi.
Ah, mi stavo dimenticando.
Un appunto è da fare a voi.
Voi che avete un invidiato scolpito fisico da ventenni.
Poi sali sali sali, sali.
Sali ancora e c’ è un escursione di età tra faccia-corpo di almeno 50 anni.
E allora io mi chiedo con la piú sincera incomprensione, ma chi ve lo fa fare?
Ma prendete un biglietto per le Hawaii, santoddio.
Andate a vedere le piramidi in Egitto, fate una passeggiata romantica nella Forsesta Nera, mangiatevi una fetta di Sacher a Vienna o fate un po’ di foto a San Pietroburgo.
Ma che ci fate chiusi qui dentro?
Andate e godetevi la pensione(certo, per quelli che ce l’hanno), spargetela in giro per il mondo, che a camminare per le piazze ci si mantiene in forma lo stesso e meglio!
Io se non dovessi sconfiggere la forza di gravità su cosce e glutei prima dei 30 anni, col cavolo che facevo gli squat!
E col cavolo che dopo le feste per un mese la sera insalatina.
Campavo di carbonara e crepes alla nutella.
Poi oh, magari questo è il mio penultimo giorno di vita e voi campate fino a 119 anni eh.
In tal caso allora tanti auguri e mangiate una fetta di torta pure per me mi raccomando!
Pero io la vedo cosi e infatti saró un pessimo medico.
Già mi immagino.
“Bene signora Agnese, ha il colesterolo a 300. Non si preoccupi i grassi lubrificano le arterie, anzi ecco qui. Tenga un’ altra zolletta di zucchero e siamo a posto. Stia serena!”

Per ultimo volevo rassicurare gli abituè della palestra, poveri ciccini che ora si trovano piú spaesati di Pollicino nel bosco, rimasto senza briciole.
Entro settimana prossima vi assicuro che la sala pesi si sarà risvuotata e tornerà tutta per voi!
Alla fine a tutti i creatori di liste di propositi buoni, serve solo una foto mentre “work hard” da sfoggiare su blog e vari profili social.
Direi che il tempo di una foto è ampiamente contenuto in una settimana.
A tal proposito non posso sottrarmi anche io dal rituale e vi allego un mio ritratto durante il duro lavoro.
Qui nello specifico mi alleno per la prossima Stramilano, la famigerata corsa di gruppo in cui una serie di pazzi della Lombardia corre senza una meta ben precisa intorno al Duomo, stile MaraTonda di Alice nel Paese delle Meraviglie.
Bene, ora torno a fare merenda, anzi ne incomincio una nuova tanto fino a Venerdí vado in palestra.
Bacibaci.

P.s. ovviamente stavo scherzando, mica posso essere io quella nel disegno, mi pare scontato che non parteciperei mai a qualcosa dove si corre gratis!

-MaríeFfe-

(Ringrazio per il disegno Eleonora Simeoni illustrazioni )

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FRAGOLE

​Quando so cosa vuoi dirmi, 

ma ingenuitá fingo

nell’ignorarlo,

per giocar

col tuo crederti 

giá vincitore,

col tuo credermi 

fragola indifesa.

Quando ormai so

la voglia di labbra, 

ma con mimato stupore, 

chiedo

“Cosa hai in mente?”

cosí, semplice, mento.

Ecco,

lí, mentre ride

a crepapelle

si diverte, infantile,

Seduzione.

-MaríeFfe-

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