PENNICHELLE ESTIVE

Dopo pranzo mi sono appisolata una mezz’oretta.
Mi sono sdraiata sul letto, in camera di mio fratello e ho lasciato porta e finestra aperte, in modo da creare una corrente d’ aria piacevole che mi desse tregua dal caldo, almeno un poco.
Ho chiuso gli occhi e qualche secondo prima di addormentarmi, un soffio di aria più intenso ha smosso le foglie degli alberi fuori, il suono ha sfiorato le orecchie e il fresco ha toccato il mio corpo.
Per un attimo ho avuto l’impressione di ritrovarmi nella mia vecchia casa al mare, con lo stesso rumore delle piante sopra la mia testa.
Con la stessa brezza in un caldo fermo.
Sarà stato una decina di anni fa ormai.
Avevamo un angolo di giardino con l’erba verdissima.
Mi stendevo sotto l’albicocco che faceva un’ombra freschissima e aspettavo che fosse ora di andare in spiaggia, perchè i miei genitori non volevano si andasse nelle ore più calde.
Di quel periodo al mare mi ricordo tante cose, ma tutte molto frastagliate, pezzettini di puzzle versati a casaccio nella mia mente.
Mi ricordo, per esempio, un vestito lungo arancione con i bordi gialli, che indossava spesso mia madre.
Per me quel vestito si è sempre chiamato Estate.
Mi ricordo l’insalata di pomodori fatta da papà piena zeppa di basilico, perché “al mare non si cucina che fa troppo caldo.”
Mi ricordo i miei fratelli color cioccolato con i capelli biondi biondi di sole… le persone addirittura ci chiedevano se li avessimo adottati, perchè sembravano dei piccoli tedeschi.
Mi ricordo i capelli bagnati, sempre.
Le corse in bicicletta per il villaggio, con altri ragazzetti della mia età.
Il senso di libertà, senza fare niente di che.
Gli orari più flessibili, la tranquillità.
La noia, a volte.
Persino l’aria era più calma, era in vacanza.
Mi ricordo i giorni di pioggia estivi, in casa… il mondo quasi si fermava.
Duravano incredibilmente poco quei temporali, come se anche il cielo si vergognasse di interrompere un po’ di vita.
Ricordo le crepes alla Nutella a mezzanotte da “Cecé” , la sala giochi con il Bubble Bobble e le discoteche sui lidi per i piú grandi.
I faló di San Lorenzo, i primi batticuore e le stelle cadenti.
Quanti desideri incoscienti.
Mi ricordo, la spiaggia alle sei e mezza di sera.
Cavolo, quella me la ricordo bene.
Il silenzio.
La sabbia sulla riva smossa dall’intera giornata di palette e rastrelli.
Le ultime persone che se ne vanno.
La temperatura perfetta, come se fuori fosse solo un prolungamento di dentro.
Gli aloni di sale sulla pelle abbronzata.
L’ultimo bagno prima di tornare a casa e l’asciugamano messo a mantello, fin sopra la testa… perchè il sole sta andando via.
Quando penso al mare, io penso al mare a quest’ora.
Al tramonto.
Perchè ancora oggi, a distanza di tempo, niente, ma proprio niente, mi dà la stessa sensazione di tutt’uno col mondo, di pace e di appartenenza… come il mare che si addormenta.

Poi, mi hanno svegliata le grida dei bambini nel giardino di fronte, mi sono alzata e ho preparato il caffè.

-MarieFfe-

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(Il mare è quello originale, foto di Marilena Pugliese )

PAROLE SPONTANEE

Quando io e mia sorella andiamo a fare shopping, la differenza è palese.
Io provo tutte le scarpe del negozio e man mano elimino quelle che non mi piacciono. Di solito ne rimangono cinque/sei paia che proverò e riproveró fino allo sfinimento, fino a decretare le vincitrici, più per voglia di tornare a casa che per reale convinzione.
Mia sorella, entra, fa un giro di perlustrazione, sceglie due paia di scarpe, le prova una volta e compra quelle che le piacciono di piú.
Tempo medio: 10 minuti (ed è pure tanto.)
Questa non è solo una sessione di shopping, questa è una sessione di vita.
Credo che mia sorella sia la mia vera anima gemella, nel senso piú puro e autentico dell’espressione.
Il mondo senza di lei, non sarebbe mondo, perchè mancherebbe il punto di vista piú spontaneo di cui io disponga.
Quello più necessario e disinteressato.
Quello più buono.

Mia sorella l’ultima volta che prima di uscire le ho chiesto se stessi meglio con i capelli sciolti o raccolti, mi ha detto stizzita: “Ma ora che vivi da sola, come diavolo fai a scegliere come uscire di casa?! Possibile che tu non sappia decidere niente?! Tu come ti piaci?!”
Non mi ha risposto alla fine.
Sono uscita con i capelli legati e li ho sciolti durante la serata.
Cosí, un po’ e un po’.
Mi ricordo che sul momento ci sono rimasta male, anche se ho fatto finta di niente.
Poi riflettendoci ho capito che, quel mostriciattolo, aveva tentato solo di sbloccarmi da questa mia continua ricerca di approvazione, sempre e comunque.
Questa mia poca fiducia in me e nella capacità che ho di fare scelte.
Questa paura di prendere una posizione definitiva.

Mi ricordo anche di quella volta in cui ero piuttosto giù per una frequentazione finita male.
Non riuscivo proprio a considerare l’ipotesi che forse la colpa potesse non essere mia.
Mi sentivo sbagliata.
Giravo per casa, cercando di evitare lo sguardo di tutti, sfuggendo le conversazioni con chiunque, solo mi crogiolavo nella mia inadeguatezza.
Facevo fatica ad accettare il fatto che avevo sbagliato ancora, ripercorrevo mentalmente quello che avevo fatto e detto, alla ricerca di una motivazione per punirmi, di un pretesto per accusarmi di essere strana.
Troppo strana per far funzionare le cose con qualcuno.
Questo è durato diversi giorni.
Finché ad un certo punto, una Domenica, dopo pranzo, sono rimasta in cucina da sola con mia sorella e lei è scoppiata a piangere.
Me lo ricordo bene.
“Non riesco piú a vederti cosí. Sei triste. Non ti meriti questo.”
È stato forte.
Ho pianto anche io e alla fine mi sono sbloccata.
Non so come, ma è passato.
Mi sono vista come mi vedeva lei in quel momento e sono riuscita a dirmi a cuore aperto “Non è colpa tua.”

Non è stata l’unica volta.
Mia sorella mi sblocca sempre.
Mi scuote sempre.
Mi ama sempre, lo sento ed è rassicurante.
Spesso lo fa non essendo d’accordo con me, che credo sia la prova decisiva.
Non mi sono mai sentita giudicata da lei. Mai.
E quello che vorrei sapesse da me, è che io non l’ho mai giudicata.
Mai.
Non ho mai pensato che le sue sconfitte fossero peggiori delle mie o più banali, o più meritate o meno importanti.
Una sconfitta è una sconfitta e ho sempre solo sperato che ci potessimo sostenere a vicenda, per uscirne più illese possibile, entrambe.
È quello che spero per noi, per il futuro.
L’ ammiro per la forza che dimostra in tante situazioni. Perchè è tosta, è decisa, originale e creativa.
Ha una sensibilità rara, ma non è sentimentale come lo sono io, e questo mi aiuta a scendere dal mio mondo fatto di nuvolette rosa e ad avere una visione più razionale.
Lei è pratica.
Mi piace come si veste.
Mi capita di guardarla mentre si prepara per uscire -a volte canticchia tra sé e sé- e ci intravedo qualcosa di mio nel suo stile, ma con un’ impronta distintiva, quella che è venuta dopo il “copio la sorella maggiore.”
Quella che l’ha fatta sbocciare cosí straordinaria, tanto che a volte mi chiedo com’è che sia diventata donna d’improvviso, che io me la ricordo piccola, fragile e riccioluta, davanti alla finestra a giocare con le bambole, facendo le voci diverse.
Invece ora è bella ed è grande.
È nella mia vita e non so cosa io abbia fatto per meritarmela, ma ringrazio tutti i giorni per questo.
Vorrei essere un esempio, anche se poi spesso finisce che prenda io spunto da lei, per come affronta la vita e l’amore.

Peró lo noto.
Lo noto che mi fa un sacco di domande, anche se a volte non lo sa nemmeno.
Anche se non lo ammette.
I suoi occhi sí, peró.
Gli unici a far trapelare di tanto in tanto, la bimba spaurita e riccioluta.
E io spero, almeno ogni tanto, anche senza accorgermene, anche solo per sbaglio… di dare le risposte giuste a quella bambina.

Ovviamente,
a mia sorella.

-MaríeFfe-

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(Immagine di Geffen Rafaeli)

IN MEMORIA

Marisa è arrivata in ambulatorio accompagnata dalla figlia.

È arrivata a passi lenti e tremolanti appoggiata al suo bastone, ma camminando da sola.

Marisa ha degli occhi azzurri azzurri e grandi.

Ho provato mentalmente a eliminare l’abbraccio di rughe intorno alle palpebre e allora ho pensato che da giovane doveva essere stata una gran bella ragazza.

Ha lo sguardo un po’ perso Marisa, intenta a sedersi sulla sedia di fronte al tavolo, e mentre il dottore rivolge domande di routine a sua figlia, lei non presta attenzione a tutte quelle parole nella stanza, piuttosto sorride e si guarda intorno.

Faccio accomodare la figlia fuori dallo studio per iniziare l’esame vero e proprio.

Il dottore, con tono gentile, parte con le domande.

<Signora Marisa, ripeta queste tre parole: casa-cane-penna>
<Casa,cane… penna>
<Bravissima. Sa che giorno è oggi?”
Silenzio.
<Ok, non precisissimo. Che mese?>
<Maggio.>
<Quasi. Siamo a Giugno. E che anno è?>
<No no. Non saprei. Deve chiedere a mia figlia. Io non le controllo mai certe cose.>
Il dottore intanto scrive. 

<Va bene. 

In che città ci troviamo, lo sa?>
Silenzio. Marisa si rigira le mani nelle mani, ma non è imbarazzata. Semplicemente non lo sa.

<Sa dirmi che struttura è questa in cui ci troviamo?>

Marisa guarda fuori dalla finestra, poi verso la porta. Forse cerca un aiuto, un ricordo, un appiglio che alla fine trova e farfuglia confusamente <Ospedale>

<Va bene, brava. Mi dica, si ricorda qualcuna delle tre parole che le ho detto prima?>

Marisa accenna ad aprire la bocca, gonfia il petto, sospende la partenza di un suono…
La guardo, mi sforzo di sorridere “Dai, Marisa, dille. Ti prego, dille, te le ricordi. Dille” 

Niente. Chiude la bocca e si arrende.

Abbassa gli occhi e scuote la testa in un “no” stanco.
Poi il dottore chiede a Marisa di scrivere una frase, una qualunque.

Lei impugna la penna con delicatezza, e piano piano, molto concentrata, scrive 

“Da giovane scrivevo tante poesie, tantissime.”
Mi ha uccisa Marisa.

Ho guardato i suoi occhi azzurri, coperti da un’ ingenuità necessaria. Un’ ingenuità che ho ringraziato e odiato insieme.

La visita è proseguita con altri esercizi e accertamenti.

Alla fine, l’ho accompagnata fuori, facendola appoggiare al mio braccio e prima di restituirla alla guida della figlia, le ho detto:  <Sa, anche io scrivo poesie. Lei cosa scriveva di preciso, poesie d’amore?>

E lei, per un attimo infervorita, mi ha risposto:<No! Ma che d’amore! Scrivevo poesie per la mia città, questa città bellissima e immersa nel verde. Sono sempre stata un po’ selvaggia e quando c’erano boschi e giardini io ero felice.>

Mi sorride e per uno sguardo breve ci vedo un guizzo, vivissimo e giovane, nei suoi occhi.

<Tante buone cose dottoressa.>

<Anche a lei, signora Marisa.> Così l’ho salutata e l’ho guardata allontanarsi  fino alle porte d’uscita.

Dedico questa storia a Marisa (nome di fantasia) ma soprattutto, dedico questa storia a mia zia, che oggi ho pensato immensamente. A mia zia, che se n’è andata non ricordandosi i volti delle persone che amava di piu.

A mia zia, che invece noi, ricordiamo benissimo.
-MaríeFfe-

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(Disegno di Clara Lieu)

TANA LIBERA TUTTI

Un giorno verrò a cercarti
e scopriremo
di aver
solo
giocato
a nascondino,
tutto questo tempo.
Senza saperlo.
Contando male,
perdendo di vista la tana.
Un giorno.
Dopo ore, o mesi,
di insensate corse.
Anni pieni di danni,
mani lanciate distrattamente altrove,
come panni
inutili e sporchi.
Un giorno,
dopo averti scovato davvero,
ti chiederó, senza balbettare,
con lo sguardo alto,
“Quanti sogni hai?”
e tu, con frettolosi gesti,
indicherai un cassetto
grande cosí,
un po’ scassato
(per quanto tanto pesa).

Ci sbirceró dentro, quel giorno,
senza farmi vedere,
celando la curiosità
fra il palmo della mia mano
e i tuoi occhi,
travestita
da ingenua carezza.

Cosí, sbirceró.

E allora,
tra una torta al limone gigante,
un viaggio in Perú e un leone
da compagnia…
ci troveró,
addormentato
su una vecchia foto,
-a stiracchiarsi
tra le tue guance-
il mio sorriso.

“Quanti sogni mancano, ancora?”

-MaríeFfe-

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LA PRIMA, VERA CADUTA

E se io
fossi stata
il bacio da
indossare
quando dentro
piove?
Quello che non vuoi
mettere
subito
perchè sei
in maniche corte
e il sole sul corpo,
anche se mosso
da ingannevole Autunno,
ti piace.

Mi respingi.

Perchè un po’
forse,
sul collo
pizzico.
Dimmi,
lo senti giá il vento
che ti screpola le guance?

Se fossi stata lí,
piú tenera
piú morbida…
Perchè non son così?

Son di pelle
invece,
quasi sempre dura.
È la mia natura,
che sfiorisce, se ti penso
con un’altra addosso,
come
quel cappotto
-da Fonzie-
che portavi
al pub,
con la mia anima tra le dita
e una sigaretta
dietro l’orecchio.

E c’ero prima io.
C’ero prima io
sotto quella giacca,
sotto quella pelle.
Che se ci provo
a immaginarla
ora,
smarrito il senso delle stagioni,
credo sia stata l’unica
a coprirmi
veramente
dal freddo,
dall’Inverno,
dal resto.

Dall’ apatia,
che
sotto ossimoriche vesti estive,
svogliatissima
tormenta,
bacia i miei sensi
e mi addormenta.

-MaríeFfe-

(Alberi in fiore, Piet Mondrian, 1912)

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IL CONTRATTO

Una volta, quando ero piú piccola, ma in realtà non poi cosí piccola, avevo un fidanzato.
Non è stato l’unico.
Poi ne ho avuti altri, ma lui per un po’ è stato davvero speciale.
Non sono mai stata il tipo che si espone per prima, anzi che si espone in generale, diciamo pure che sono la classica persona che non ci sa fare.
Io sto sulle mie, al massimo se tu ti sbilanci posso farti capire che mi fa piacere il fatto che tu ti sia sbilanciato. Ma forse.
Perchè col tempo mi è venuto il sospetto che io i segnali proprio non li sappia mandare o che, anche quelli che penso di aver lanciato, in realtà rimangano nella mia testa.
Comunque tornando alla storia del fidanzato… con lui non avevo avuto bisogno di particolari segnali, perchè si puó dire che fece tutto lui, o almeno la gran parte.
Ci eravamo conosciuti tramite amici comuni, un classico.
Lui non mi piaceva.
All’inizio dico, prima che fossimo fidanzati.
Cioè forse l’insieme era okey, ma se poi lo scomponevo in tante piccole cose, no.
Proprio non mi piaceva.
E piú lui si esponeva (perchè si esponeva), piú io lo ignoravo.
Peró lui continuava.
Era estremamente carino con me, mi faceva sentire importante, mi faceva ridere, ma ridere un sacco.
E ridere è una delle cose che mi piace di piú al mondo, quindi giocó bene le sue carte.
Fu molto bravo a inserirsi poco a poco nei miei pensieri, in modo spontaneo ma estremamente tenace.
E quindi è successo che ho iniziato a guardarlo da angolazioni un po’ diverse.
Non vi sto a spiegare tutte le piccole cose che intercorsero nel lasso di tempo tra l’ “assolutamente no” e il “non mi sembra vero di averlo trovato…” fatto sta che, per sfinimento o strategia, alla fine diventó il mio ragazzo.
C’ è un luogo nella mia città che mi ricorda i nostri incontri, e si sa che quando un posto prende il nome di una persona, continuerà a chiamarsi cosí per sempre, nonostante quella persona non rappresenti piú niente.
Erano tenere le nostre uscite e man mano si era creata una confidenza tale che potevamo passare le ore a parlare di tutto e del niente, con un cartone di pizza sulle gambe e due bottiglie di birra alla mano.
“Che animale vorresti essere?”
“Qual è il tuo colore preferito?”
“Se potessimo partire ora dove vorresti andare?”
“Mare o montagna ?”
Insomma, lo sapete tutti com’è quando sei spinto dalla curiosità assurda di voler conoscere l’anima di un’ altra persona, fai domande che nell’ istante dopo in cui le hai poste pensi “ma che cavolo ho appena chiesto?!”
Proprio della serie – parlami ancora ti prego, di’ quello che vuoi, ma parlami.
Ricordo che una volta, sempre nel nostro posto, compilammo un contratto vero e proprio, con delle regole concordate tra noi.
Ci discutemmo un sacco per far sì che tutto risultasse perfetto per entrambi.
Non c’ erano obblighi o restrizioni.
Si trattava piuttosto di cose a nostro parere imprescindibili per mantenere soddisfacente e duraturo quel legame.
Come la fiducia reciproca, non offendersi alle battute dell’altro, o poter vedere i propri amici in libertà… insomma cose cosí, che per quanto ripensandoci ora mi venga da sorridere, in realtà sono tutti punti che trovo ancora molto validi e indispensabili.
Inutile dire che il contratto non bastó.
Passó del tempo, parecchio, bellissimo.
Davvero, si puó dire che per molti aspetti sia stata una relazione quasi perfetta, un piccolo idillio inaspettato.
Avevamo trovato un equilibrio calibrato su entrambi e non smettavamo di desiderarci.
In effetti forse è stata, se non la piú equilibrata delle mie relazioni, una delle piú equilibrate.
Nonostante questo, io non arrivai mai ad amarlo, almeno non con il significato che do ora all’amore (che non è detto rimanga lo stesso in futuro.)
Non so se ci sarei mai arrivata, magari sí, ma quel che è certo è che non ci arrivai mentre stavamo insieme.
E credo neanche lui, perchè ad un certo punto finí.
Non finí male.
Non finí bene.
Non ci furono scenate, lettere, spiegazioni di nessun tipo.
Solo finí.
Sfumó tutto nel niente, senza che nessuno dei due provasse a ravvivare quel fuocherello.
Senza chiederci troppi perchè.
Questa persona l’ho rivista qualche tempo fa, allegra e sprizzante come suo solito.
Mi ha fatto piacere vederla e sapere che sta bene.
Era in compagnia di una ragazza e sembravano felici insieme.
In modo diverso da come lo eravamo noi.
Non di piú, non di meno.
Diverso.
Allora ho capito.
Ho capito, perchè non io.
Perchè non potevo essere io.
Non ho ancora capito da parte mia perchè non lui, ma so che non lui.
Per ora, lo so e basta.
Un attimo dopo esserci salutati, ho sperato di poterlo rincontrare​ un giorno, magari insieme alla stessa ragazza.
E ho anche desiderato di poter, sempre quel giorno, stringere la mano di qualcuno che gli faccia pensare “Ora capisco perchè non io”.

Vi ho raccontato questa storia perchè, stamattina, stavo cercando una vecchia poesia, di un autore famoso, che ricordavo di aver conservato in uno dei miei vecchi diari e… tra le pagine di un quaderno fucsia, piegata in quattro, ho trovato la mia copia di contratto.
L’ho ripercorso con gli occhi, in un deja-vu di due ragazzini che credono di aver trovato l’amore, o qualcosa che ci somiglia.
Mi sono emozionata un po’.
Poi l’ho ripiegato velocemente, per non dar modo al passato di bussare troppo forte, e l’ho riposto tra le stesse pagine in cui l’avevo trovato.

La poesia che cercavo, invece, non sono riuscita a scovarla.
Peccato, era bella.
Avevo voglia di rileggerla.
È una poesia che parla d’amore, di invecchiare insieme e di essere felici.

-MaríeFfe-

ISOLE

Quando la mia testa mi minaccia,
l’unica è fingersi morti.
Aspetto.
Questo caos se ne andrà ed io riprenderó a pulsare.
I sentimenti sono cose strane e sebbene sia dalle elementari che continui a provarci, ancora non li ho imparati.
Mi piacciono le persone che sanno stare in silenzio, anche se spesso poi non so
reggere lo sguardo, divento un’ isola e non si arriva nè per bocca nè per occhi.
Quindi, a volte, vorrei pure avvicinarmi a qualche costa ma finisce sempre che mi vedo troppo distante o che l’Oceano mi piace troppo, o che gli altri delle isole non si fidano.
Peró, in fondo, va bene anche a me.
Sono nata in Primavera, ed ogni anno, quando arriva, mi sento un po’ meglio.
Il mese di Aprile mi ricorda una panchina in un giardino.
Mi ricorda che su una panchina si puó girare il mondo se ti dimentichi del resto intorno.
Io ci ho provato.
Poi sono scesa e un po’ del “resto intorno” l’ho perso per sempre.
Quando qualcuno si allontana spesso penso “peggio per lui”.
Solo che poi finisco per chiedermi se non sia io il peggio.
Non so piú che dire per tergiversare.
Credo mi manchi.
È da quando manchi che non riesco a riempirmi di niente.
Un paradosso, vero?
Le persone si sbarazzano di cose continuamente, per far spazio e metterci altre cose.
Invece io ho un sacco di spazio e non ci voglio piú mettere niente.
Non so quando ho iniziato a permettere che mi mancassi, ma non ho fatto molto per impedire che accadesse.
Questo è quanto.
Non so come succede.
Non so molto a dire il vero, di te.
Della tua isola.
Ché non hai mai riempito niente, quindi ora, esattamente, di che vuoto stiamo parlando?

-MaríeFfe-

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DA QUAND’È CHE SONO UN’ADULTA? (FORSE)

Questa settimana ho avuto talmente tante cose da fare, cosí tanti impegni che non mi è avanzato neanche un secondo per pensare.
Davvero, neanche un secondo.
Devo ancora capire se questa cosa mi piaccia o no.
Per ora mi sento un treno, quindi di tempo per decidere che sensazioni provare non ne ho.
Peró, per me che non riesco mai a fermare la testa e che tendo facilmente alla paranoia e alla costruzione di labirinti mentali, potrebbe essere una riabilitazione valida.
Della serie chiodo scaccia chiodo, dove il secondo chiodo consiste in tutte le cose che ho da fare.
Il primo nemmeno ve lo spiego, perchè è una cassetta degli attrezzi, mica solo un chiodino.
La vita da reparto mi sta parecchio assorbendo e un teorico fine turno alle 14, poi finisce sempre per essere un’uscita alle 16 o addirittura alle 22.
E sarà frivolo e infantile, ma il paziente che mi chiama “dottoressa” e mi sorride, mi fa ancora venire i brividi in pancia.
Mi conferma che stare lí mi piace e che l’ho scelto, non ci son capitata.
Orientarsi con le cartelle, tra i corridoi, per i vari piani dell’ospedale.
Capirci man mano qualcosina in piú, anche se all’inizio un dottore ti ignora o se l’impressione è quella di essere un po’ ingombranti, ancora troppo inutili.
Mandar giú un decesso… non ci si abitua mai.
Non mi abituo mai.
Anche se il paziente ha ottant’anni, che sí, ha vissuto abbastanza, ma forse non cosí abbastanza.
Forse ha una nipotina che non godrà della presenza del nonno al prossimo compleanno, forse aveva in programma il viaggio rimandato da una vita, dopo mille sacrifici.
Credo sempre che non saró mai abbastanza brava per affrontare questo.
Mai giustamente “fredda”.

Poi si torna a casa, stanchi ma pieni.
Il vivere da sola mette a dura prova la mia sopravvivenza ogni giorno, io che sono da sempre abituata al papà che tutte le mattine mi prepara il caffè e alla mamma che alla sera mi accarezza la testa e mi chiede “Com’ è andata?”
Quindi ricordarsi di buttare la spazzatura, di fare la spesa, di preparare il pranzo per il giorno dopo.
Ma come si fa la lavatrice?
Questa settimana lo scopro!
Faró il mio primo bucato in autonomia.
Già tremo, peró è giunta l’ora.
E quindi università, ospedale, lezioni, casa, studio.
E poi si ricomincia.
Se ci si incastra una birra o un cinese d’asporto con gli amici, sembra tutto meno pesante e piú possibile.
Sembra un gioco di squadra, anche se poi ognuno ha il proprio zainetto da portare da solo.
Non ci si ferma, ma mi sento viva.
Mi sento fortunata di poter fare tutto questo, di poter aggiungere tasselli, di poter scolpire la mia strada di giorno in giorno.
E percepisco che un po’ sto crescendo, anche se di pochissimo alla volta, anche se a tratti mi sentiró sempre piccola, sempre bisognosa di sentirmi dire quel “Sta andando bene, stai facendo bene.”
Anche se ho deciso che non stireró niente, tanto cosa vuoi che sia qualche pieghetta sparsa qua e là.
Anche se stasera mi apro una mozzarella perchè non ho voglia di cucinare neanche un uovo.
Anche se un po’ il papà che mi prepara il caffè mi manca, e credo in fondo, mi mancherà sempre.

-MaríeFfe-

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OMBRA

Non ci sono piú tornata
sotto quell’albero,
a rubare l’ombra.
Anche quando
mancava,
fastidiosamente tanto,
da togliere
notte al giorno.
Sogni al sonno.
Ho imparato
che certe cose
si rubano in due,
con le dita complici
intrecciate,
pronti a scappare,
correndo,
e brividi
in pancia,
ridendo.

Solo cosí.
Per forza, cosí.

Non sia mai
arrivi Amore,
severo,
e ci trovi
con le mani nel sacco.

O addosso.

-MaríeFfe-

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