RUFFIANA CON FUSA

Mi piacerebbe dirti che
mi stai piacendo poco a poco.
Come un nuovo gioco,
come un uovo strappazzato
fritto con bacon croccante
passato in rovente padella.
Come in pagella
con tutto otto
e nove in condotta
o la marmotta della Milka
che fa il cioccolato
nella mia soffitta
apposta per me.
Come De Andrè.
Va be, non esageriamo.
Ma come Battisti e le sue Emozioni.
Come le canzoni che ascolterei
se ti pensassi.
Ma non ti penso.
Non ti montare.
Potrei dirti che mi fai sconcentrare
se inizio a vagare con la testa
sulle tue mani sulle mie mani.
Come una lunga dormita
senza sveglia puntata,
o una puntata di una serie
appena uscita e già scaricata.
Come una festa a cui non volevo andare,
poi sono andata
e mi è piaciuta.
Come la H muta,
davanti ad hamburger.
Come l’hamburger stesso
che mangerei con te
adesso,
tanto la fame vien mangiando
o parlando o ridendo o baciando.

Potrei dire questo,
ma son di sasso, non mi sciolgo.
Se fossi un’altra (una senza carapace),
che mi piaci te l’avrei già detto,
in modo diretto e audace.
Potrei provare, certo,
ma se lo dicessi ora
guarderei solo le stringhe
sulle scarpe,
lo farei color mela rossa, ciliegia
o addirittura lampone.

Ma comunque sarebbe magia,
un’illusione,
anzi proprio utopia.
Perchè mica è vero che mi piaci,
non ti gonfiare.
Stavo scherzando,
e da vera forzuta,
son tutta d’un pezzo,
impassibilmente muta.

-MaríeFfe-

(Disegno-se cosí è definibile- di mia produzione, ispirato da un poco evidente, e per niente condizionante, attacco di fame.)

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REGALI

Nella mia stanza c’è un quadro enorme, bellissimo e molto forte, come praticamente tutti i quadri di Shiele.
Questo quadro è un regalo di una persona a cui ho voluto molto bene, e che, posso affermare con certezza, mi ha voluto molto bene.
Continuiamo a volerci bene credo, ma in modo diverso e ognuno per i fatti propri.

Di solito quando guardo questo quadro non penso piú a quello che ha significato per me allora, vedo solo un quadro che mi piace, e ormai è solo arredamento.
Oggi peró mi sono fermata a guardare la stampa piú a lungo ed è stato diverso.
Mi ha suggerito un ricordo.
È una scena in cui siamo io e questa persona in una stanza vuota, posta di fianco a un’altra stanza da cui arrivano i suoni della musica alta, le risate delle persone un po’ alticce e le urla dei cori di chi vuole solo far festa.
Siamo seduti uno di fianco all’altro, con le schiene appoggiate alla parete rimbombante che divide le due stanze.
Ho un drink mezzo finito in mano e torturo il ghiaccio con la cannuccia mordicchiata.
La mia testa è appoggiata alla sua spalla, fissiamo il vuoto in silenzio e sconfitti.
Abbiamo appena concordato una fine.
La sensazione di aver perso tanto, di avere fallito.
Le solite frasi di rito e il modo in cui ti senti uno schifo.
“E non sei tu, ma sono io.
Ed è un periodo strano.
E non ci incastriamo.”
Parole, parole…
La veritá è che ho un gigantesco scudo intorno a me.
Non riesco a darti piú niente, non ho piú niente per te, è il mio massimo per te.

Non c’è piú niente in questo bicchiere annacquato.
Faccio rumore provando a tirar su con la cannuccia quel poco che resta, pensando di risucchiare anche le due lacrime che stanno scappando.
Fa male sentire che non è questo il massimo che posso dare, che ho da dare.
Vita come sei strana, i legami li soffi e li rompi come bolle di sapone.
Un attimo prima condividi un’intimitá abissale e, un po’ d’amore dopo, si è solo estranei.
E le cose mutano, la gente cambia.
Ti incroci per strada, di fretta.
Un saluto distratto e veloce, imbarazzato, due convenevoli e ognuno per la propria esistenza.

Ma ti sento che mi guardi.
Mi urli con gli occhi “Ei ti ricordi di me? Sono io, ti abbracciavo forte col mio telo enorme, sulla spiaggia, per asciugarti. E ti baciavo i capelli bagnati…
Ti ricordi il rumore del mare?”

“Sí. Tutto okey anch’io,
ti trovo in forma, stai bene.
Magari ci vediamo in giro allora.”

Mi dispiace se sono cosí, se mando sempre tutto all’aria, se una persona non me la so tenere perchè ho paura.
E non ho ancora imparato niente di queste cose, non so ancora niente.
Puó darsi non capiró mai niente di piú.
Ma una cosa l’ho scoperta a mie spese.

La confidenza che cresce, tra un segreto e una birra, tra un giro in centro e un treno perso, un consiglio strappato e un bacio sbagliato… puó portare amore.
Lo senti che si attacca come un eritema, da un corpo all’altro, tra una pelle e l’altra.
Puó addirittura rimanere amore per sempre, se va bene, se è il morbo giusto.
Ma se non scatta amore o non resta amore, perdi tutto.
Uno dei due resta infettato e non si torna indietro.
Perfino quando sarete guariti entrambi, da tempo… rimarranno cicatrici profonde che si respingeranno a vicenda per tutta una vita.
Come a dire “No basta, da te non voglio altro male.”

-MaríeFfe-

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I GRANDI RITORNI

Contrariamente ad ogni piú sfiduciosa aspettativa, ieri sono tornata in palesta.
Solo che l’entusiasmo che avevo in macchina -pompato dalle migliori hit di Gigi Dag ai tempi d’oro, caricanti la voglia di sbarazzarmi dei trigliceridi in eccesso- si è spento non appena, arrivata a destinazione, mi sono accorta che la densità di popolazione ginnica si era quadruplicata rispetto a fine Novembre.
Eccerto Fede, che scema che sei, ovvio che mo in palestra ci sono tutti quelli dei buoni propositi e si sa che il terzo buon proposito dell’anno nuovo, dopo diventare abbonati Valsoia e mangiare meno Pan Di Stelle, è andare in palestra.
Quindi va be, me ne faccio una ragione e mi piazzo con arroganza sull’attrezzo del demonio per eccellenza, altrimenti detto cyclette, per i miei 20 minuti di riscaldamento, mentre la mia coscienza elargisce pacche sulle spalle come frustate a suon di “pedala, pedala che siamo solo alla prima fetta di pandoro!”
Con le mie cuffiette sparate al massimo su ” Di sereeee neereeee” di Tizi(amore della mia vita in un universo in cui le nostre sessualità combaciano), tamburello le dita sul manubrio illudendomi di poter vanificare un po’ la fatica e intanto mi guardo intorno, perchè alla fine stare in palestra è un po’ come essere in gita all’acquario di Genova durante una fuga di pesci palla, ma con una miriade di altri esemplari interessanti da osservare.
Mi faccio sempre mille domande mentre son lí, tra un addominale e una trazione.
Per esempio, ma perchè vi allenate col cappellino da sole, quello con la visiera?
Non capisco.
Avete paura che per lo sforzo vi schizzi il cervello fuori dal cranio?
Non credo ci sia pericolo perchè affinche ció avvenga in partenza un cervello bisogna averlo e a giudicare dalle smorfie e dalle movenze di alcuni soggetti davanti allo specchio dentro quelle tutine da Borat sfoggia capezzoli, la premessa di base mi pare venga a mancare.
Poi in palestra mi ricordo sempre di essere l’unico esemplare sopravvissuto di sesso femminile con le ghiandole sudoripare ancora intatte.
Infatti le ragazze in palestra, dopo 50 minuti di corsa sul tapis roulant sono come la migliore formula dei pannolini pampers baby dry, asciutte e pulite.
Io faccio sette minuti di camminata veloce a livello 6 (si lo so, non infierite) e per tornare negli spogliatoi devo prendere il traghetto, servizio gratuito incluso nell’abbonamento.

Vabbe non tutto è spiacevole in palestra alla fine, devo essere sincera.
Almeno ci sono i ragazzi carini da guardare cosí mi distraggo e non passo l’allenamento ad invidiare gli addominali in acciaio inox delle super figone.
Peccato che il mio outfit da palestra sia antirimorchio brevettato.
Diciamo che è molto simile a quello della Domenica.
Quando decido di stare a casa tutto il giorno.
In pigiama, a svaccare con le repliche di C’è posta per te sul divano.
E quindi niente, posso solo sospirare a ritmo di sollevamento pesi.
Ah, mi stavo dimenticando.
Un appunto è da fare a voi.
Voi che avete un invidiato scolpito fisico da ventenni.
Poi sali sali sali, sali.
Sali ancora e c’ è un escursione di età tra faccia-corpo di almeno 50 anni.
E allora io mi chiedo con la piú sincera incomprensione, ma chi ve lo fa fare?
Ma prendete un biglietto per le Hawaii, santoddio.
Andate a vedere le piramidi in Egitto, fate una passeggiata romantica nella Forsesta Nera, mangiatevi una fetta di Sacher a Vienna o fate un po’ di foto a San Pietroburgo.
Ma che ci fate chiusi qui dentro?
Andate e godetevi la pensione(certo, per quelli che ce l’hanno), spargetela in giro per il mondo, che a camminare per le piazze ci si mantiene in forma lo stesso e meglio!
Io se non dovessi sconfiggere la forza di gravità su cosce e glutei prima dei 30 anni, col cavolo che facevo gli squat!
E col cavolo che dopo le feste per un mese la sera insalatina.
Campavo di carbonara e crepes alla nutella.
Poi oh, magari questo è il mio penultimo giorno di vita e voi campate fino a 119 anni eh.
In tal caso allora tanti auguri e mangiate una fetta di torta pure per me mi raccomando!
Pero io la vedo cosi e infatti saró un pessimo medico.
Già mi immagino.
“Bene signora Agnese, ha il colesterolo a 300. Non si preoccupi i grassi lubrificano le arterie, anzi ecco qui. Tenga un’ altra zolletta di zucchero e siamo a posto. Stia serena!”

Per ultimo volevo rassicurare gli abituè della palestra, poveri ciccini che ora si trovano piú spaesati di Pollicino nel bosco, rimasto senza briciole.
Entro settimana prossima vi assicuro che la sala pesi si sarà risvuotata e tornerà tutta per voi!
Alla fine a tutti i creatori di liste di propositi buoni, serve solo una foto mentre “work hard” da sfoggiare su blog e vari profili social.
Direi che il tempo di una foto è ampiamente contenuto in una settimana.
A tal proposito non posso sottrarmi anche io dal rituale e vi allego un mio ritratto durante il duro lavoro.
Qui nello specifico mi alleno per la prossima Stramilano, la famigerata corsa di gruppo in cui una serie di pazzi della Lombardia corre senza una meta ben precisa intorno al Duomo, stile MaraTonda di Alice nel Paese delle Meraviglie.
Bene, ora torno a fare merenda, anzi ne incomincio una nuova tanto fino a Venerdí vado in palestra.
Bacibaci.

P.s. ovviamente stavo scherzando, mica posso essere io quella nel disegno, mi pare scontato che non parteciperei mai a qualcosa dove si corre gratis!

-MaríeFfe-

(Ringrazio per il disegno Eleonora Simeoni illustrazioni )

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FRAGOLE

​Quando so cosa vuoi dirmi, 

ma ingenuitá fingo

nell’ignorarlo,

per giocar

col tuo crederti 

giá vincitore,

col tuo credermi 

fragola indifesa.

Quando ormai so

la voglia di labbra, 

ma con mimato stupore, 

chiedo

“Cosa hai in mente?”

cosí, semplice, mento.

Ecco,

lí, mentre ride

a crepapelle

si diverte, infantile,

Seduzione.

-MaríeFfe-

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VERSI SENZA SENSI

​Finisco di congelarmi da dentro, 

anche se il caldo mi scioglie.

Che torto ho se mi sento straniero 

come un kiwi sul melo?

Inopportuno il sale nel tiramisú.

-Sbagliato?

-No, solo salato. 

Provaci ora a tirarmi un po’sú.

Do una sbirciata lá fuori, 

per ricordarmi i colori.

Bello,

ricorda te e me innamorati,

spenti e scontati.

Metti le orecchie sott’acqua 

e ascolta il tuo ritmo ovattato,

non lo trovi stonato?

Sento un profumo diverso ma già visto in foto,

mi tappo il naso,

non voglio affogare

mentre mi tuffo, di nuovo,

nel vuoto.

(MaríeFfe)

Immagine di Silvia Lazzarin

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LA MIA STANZA

​La mia stanza rimane sempre un po’ in penombra, anche quando fuori è bello e la luce la sento che vorrebbe entrare.

Sarà che ho scelto di dipingerla di viola, sarà che è grande e il rapporto finestre/muro è piú basso di quello che dovrebbe.

Il risultato comunque è che non è mai tutta luminosa e il sole è costretto a scegliere su cosa posarsi, solleticando una manciata di cose alla volta che fan le preziose, mentre il resto rimane timido.

Mi piace spostare i mobili, le sedie, i comodini, i quadri, il letto, i portagioie, le idee.

Le combinazioni luce-buio alla fine sono infinite e disordinate, per soddisfare la mia voglia di nuovo.

Tipo ora, un raggio che sbuca prepotente, litiga con la plastica della bottiglia vuota davanti a me e nel muro all’angolo si spoglia un caleidoscopio di ombre grezze.

La mia stanza quando è notte diventa un tutt’uno col cielo nero e la bajour è l’unico piccolo faro in mezzo ai segreti.

Il pavimento raccoglie la polvere che non ho tolto ieri e sotto il tappeto ho nascosto un po’ di piccole certezze.

I colori nella mia stanza sono tanti ma li vedo autentici e smascherati solo quando la luce li guarda in faccia saccente.

La mia stanza è allegria in potenza che puó dipingersi di rassicurante malinconia.
La mia stanza sono io.

MaríeFfe

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